Archivi del mese March, 2012

Atti vietati sulle strade e segnaletica

Su tutte le strade e loro pertinenze è vietato:

– danneggiare le opere e gli impianti che ad esse appartengono;

– creare situazioni di pericolo per la c i r c o l a z i o n e;

– danneggiare, spostare, rimuovere o imbrattare la segnaletica;

– impedire il libero deflusso delle acque;

– far circolare bestiame (eccetto nelle strade locali, osservando le

norme previste);

– gettare o depositare rifiuti o spargere fango con le ruote dei veicoli

provenienti da a c c e s s i e diramazioni;

– gettare dai veicoli in movimento qualsiasi cosa.

Sanzioni

Per inosservanza dei provvedimenti di sospensione della circolazione sono creviste sanzioni amministrative pecuniarie (v. Tabella); se la violazione è commessa da conducente di veicolo per trasposto di cose viene applicata la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente da 1 a 4 mesi e della carta di circolazione per lo stesso periodo. Per violazioni dei divieti relativi alle strade sono previste sanzioni amministrative pecuniarie unitamente alla sanzione amministrativa accessoria del ripristino dei luoghi a proprie spese.

LA SEGNALETICA STRADALE

La segnaletica stradale comprende i seguenti gruppi:

– segnali verticali;

– segnali orizzontali;

– segnali luminosi;

– segnali ed attrezzature complementari.

Segnali verticali

I segnali verticali si dividono nelle categorie sottoindicate.

– Segnali di pericolo.

– Segnali di prescrizione: comprendono i segnali di precedenza, i segnali di divieto e di obbligo.

– Segnali di indicazione.

I segnali verticali possono essere muniti di pannelli integrativi che contengono iscrizioni sintetiche e semplici simboli al fine di aggiungere ulteriori informazioni esplicative al segnale, se necessario. Gli utenti della strada devono osservare i comportamenti imposti dalla segnaletica stradale, anche se in difformità con le altre regole di circolazione. Le prescrizioni dei segnali semaforici (esclusa quella lampeggiante gialla di pericolo) prevalgono su quelle date a mezzo dei segnali verticali e orizzontali che regolano la precedenza. Le prescrizioni dei segnali verticali prevalgono su quelle dei segnali orizzontali. In ogni caso le prescrizioni date mediante segnalazioni degli agenti del traffico annullano ogni altra prescrizione data a mezzo della segnaletica stradale o delle norme di circolazione. In caso di urgenza o di necessità è ammessa la collocazione temporanea di segnali stradali le cui prescrizioni devono essere rispettate dagli utenti, anche se in contrasto con altre regole della circolazione.

I segnali verticali possono essere realizzati “a messaggio variabile” in modo da visualizzare di volta in volta messaggi diversi, per preavvisare i conducenti delle condizioni della strada e della circolazione.

Qualora due o più segnali compaiano su un unico pannello segnaletico, tale pannello viene denominato segnale composito; il colore di fondo è bianco (o giallo, nel caso si tratti di segnale temporaneo).

I segnali verticali vengono installati sul lato destro della strada; possono essere ripetuti sul lato sinistro o su isole spartitraffico o al di sopra della carreggiata, quando necessario.

Segnali di pericolo segnali di pericolo preavvisano l’esistenza di pericoli, ne indicano la natura e impongono ai conducenti di tenere un comportamento prudente. Vengono installati quando esiste una reale situazione di pericolo sulla strada, non percepibile con tempestività da un conducente che osservi le normali regole di prudenza segnali di pericolo hanno forma di triangolo equilatero con vertice diretto verso l’alto ed hanno colore di fondo bianco e bordo rosso.

Regolamentazione della circolazione

La circolazione dei veicoli adibiti al trasporto di cose può essere vietata fuori dei centri abitati nei giorni festivi o in particolari altri giorni.

La circolazione di tutte o alcune categorie di utenti può essere sospesa  temporaneamente s i a nei centri abitati che fuori di e s s i:

– per motivi di sicurezza pubblica;

– per motivi inerenti la s i c u r e z z a della circolazione;

– per motivi di tutela della salute;

– per esigenze di carattere militare.

Gli enti proprietari delle strade, fuori dei centri abitati, e i comuni, all’interno di essi, possono regolare la c i r c o l a z i o n e mediante i prescritti segnali. I comuni possono subordinare l ‘ ingresso o la circolazione dei veicoli a motore all’interno delle zone a traffico limitato a n c h e al pagamento di una somma.

Atti vietati sulle strade – art. 15

Su tutte le strade e loro pertinenze è vietato:

– danneggiare le opere e gli impianti che ad esse appartengono;

– creare situazioni di pericolo per la c i r c o l a z i o n e;

– danneggiare, spostare, rimuovere o imbrattare la segnaletica;

– impedire il libero deflusso delle acque;

– far circolare bestiame (eccetto nelle strade locali, osservando le

norme previste);

– gettare o depositare rifiuti o spargere fango con le ruote dei veicoli

provenienti da a c c e s s i e diramazioni;

– gettare dai veicoli in movimento qualsiasi cosa.

Sanzioni

Per inosservanza dei provvedimenti di sospensione della circolazione sono previste sanzioni amministrative pecuniarie (v. Tabella); se la violazione è commessa da conducente di veicolo per trasposto di cose viene applicata la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente da 1 a 4 mesi e della carta di circolazione per lo stesso periodo. Per violazioni dei divieti relativi alle strade sono previste sanzioni amministrative pecuniarie unitamente alla sanzione amministrativa accessoria del ripristino dei luoghi a proprie spese. ZONA DI PRESELEZIONE: tratto di carreggiata, opportunamente segnalato, in cui è consentito il cambio di c o r s i a , affinché i veicoli possano incanalarsi nelle corsie specializzate.

Regolamentazione della circolazione – artt. 5 – 7

La c i r c o l a z i o n e dei veicoli adibiti al trasporto di c o s e può essere vietata fuori dei centri abitati nei giorni festivi o in particolari altri giorni. La circolazione di tutte o alcune categorie di utenti può essere sospesa temporaneamente s i a nei centri abitati che fuori di essi:

– per motivi di s i c u r e z z a pubblica;

– per motivi inerenti la s i c u r e z z a della circolazione;

– per motivi di tutela della salute;

– per esigenze di carattere militare.

Gli enti proprietari delle strade, fuori dei centri abitati, e i comuni, a l l’interno di essi, possono regolare la c i r c o l a z i o n e mediante i prescritti segnali. I comuni possono subordinare l ‘ ingresso o la circolazione dei veicoli a motore all’interno delle zone a traffico limitato anche al pagamento di una somma.

Fondi del mercato monetario

Questi fondi, (FCM, in inglese), offrono investimenti simili a quelle dei depositi delle banche commerciali, ma non sono garantiti dalle autorità di regolamentazione. Essi offrono un interesse superiore a quello di deposito ordinario in cambio di un rischio più elevato: investire in obbligazioni societarie o di tempi senza la protezione del Fondo di garanzia dei depositi “, che li rende vulnerabili ai riscatti massicci” in caso di dubbio, come accaduto alla crisi greca, secondo la denuncia Bruxelles.

ETF

Un’alternativa per l’acquisto di azioni della società individuali è di investire in ETF, prodotti che riuniscono un portafoglio di azioni e indici azionari, che possono vendere e comprare, mentre il mercato è aperto. Il loro controllo è regolata da agenzie come il mercato dei valori mobiliari Commissione Nazionale (CNMV). Il suo vantaggio è la facilità di investire in un mercato diversificato e pagare i dividendi sulle azioni acquistate. Ma Bruxelles influenza i livelli elevati di leva con cui le banche di investimento operano in esse.

Assicurazione del credito

I credit default swaps ( credit default swap, CDS, in lingua inglese ) sono di default di assicurazione sui prodotti finanziari, come ad esempio un prestito. Una delle chiavi per la crisi finanziaria è che tale assicurazione può essere acquistata su attività che non sono posseduti, che cosa sono chiamati dei CDS naked. Cioè, il debito greco può essere fissato, nella speranza di raccogliere in caso di default: in altre parole, una scommessa.

Il Parlamento europeo ha vietato questa pratica nel novembre 2011, un anno e mezzo dopo lo scoppio della crisi dell’euro e tre dopo l’intervento di American International Group (AIG), un assicuratore gigante che aveva trascinato il sistema finanziario come una riga di schede Domino mancato pagamento, la garanzia finanziaria che ha firmato negli anni del boom. Ad esempio, la Grecia ha ovviamente rimosso dalla esecuzione di alcuni 2.420 milioni di euro per la raccolta assicurativa.

Vantaggi e svantaggi del ‘bancaria shadow’

Bruxelles ritiene che questo tipo di ‘banca’ è utile per il sistema finanziario, ma anche riconosce i rischi di provocare un’altra crisi. Tra i suoi vantaggi sono quelli di fornire agli investitori alternative ai depositi bancari, capitali canale flussi di attività specialistiche, e finanziare l’economia reale dei paesi in progetti R & S delle imprese.

Inoltre, lo sviluppo di nuovi prodotti finanziari attraverso la cartolarizzazione degli altri beni. Ad esempio, messa in comune dei mutui in obbligazioni per nuovi prestiti è stato il motivo per cui sono nati Fannie Mae e Freddie Mac .

Tuttavia, allo stesso tempo rappresenta una serie di rischi per la loro mancanza di controllo, alcuni sistemica : le restrizioni meno che il capitale bancario, il ritiro del patrimonio netto può essere letale per i fondi. A ciò si aggiunge che molti investimenti sono basati su leva alto, in modo che il mancato pagamento del debito può causare una reazione a catena con altre entità, causando un collasso sistemico. Infine, l’ opacità del ‘bancario ombra’ è perfetto per evadere il fisco e nascondere il finanziamento di attività illegali. Inoltre, le banche commerciali possono ottenere i loro bilanci alcuni problemi di operazioni con società controllate impegnate nella ‘bancario ombra’, evitando controlli dalle autorità di regolamentazione. Questa è stata una delle cause principali della la più grande crisi finanziaria dai tempi della Grande Depressione .

Fonte: http://www.elmundo.es

Programma di fine legislatura

Gli strumenti dell’intervento pubblico statale e regionale appaiono sempre meno adeguati e rispondenti all’esigenza di un governo programmato dello sviluppo: la spesa regionale sembra bloccata e incapace di andare oltre i l ripianamento delle perdite crescenti degli enti pubblici, o il mero trasferimento di denaro a imprese e famiglie; la Cassa non riesce ad andare oltre i l completamento di alcune opere pubbliche e infrastrutture iniziate o progettate negli anni precedenti, ecc. Questi processi si sviluppano e si acuiscono nel corso degli anni settanta; la crisi della Siciliane del sud si intreccia sempre più con la crisi nazionale. I risultati elettorali del 75 e 76, — dopo i risultati del referendum sul divorzio, — considerati a distanza di qualche anno appaiono assai più che un semplice effetto della cosiddetta onda lunga nazionale. Diversamente da quanto sarà affermato poi, il Mezzogiorno e la Sicilia esprimono, attraverso quel dato, una vigorosa opposizione e reazione alla passività indotta dalla progressiva omologazione ai modelli del centro-nord e, in particolare, all’invasività molecolare di quel sistema di potere democristiano che ormai sembra capace di gestire solo la propria degenerazione e corruzione. L’orizzonte unificante del boom economico e dell’espansione democratica ha cominciato ormai ad incrinarsi: gruppi di interessi, corporazioni, poteri occulti lavorano dentro la crisi dello Stato sociale.

Lo Stato appare al Mezzogiorno ancora una volta una macchina burocratica lontana e inefficiente, praticabile soltanto da faccendieri specializzati, capaci di creare sotterranei canali di comunicazione fra gli avventurosi finanzieri del sud e il sistema bancario del nord, oppure da gruppi ristretti di parlamentari e assessori dei partiti di governo che continuano a contrattare privilegi e appalti per alcuni potentati economici siciliani (in cambio di finanziamenti e sostegni elettorali).

Il Mezzogiorno chiede di essere liberato dall’oppressione di una società politica e di una trama soffocante di apparati pubblici per l’erogazione di risorse e benefici che impedisce ormai il dispiegarsi di ogni energia creativa, di ogni intrapresa economica, di ogni iniziativa non disponibile a taglieggiamenti di varia natura. Il tema dell’autonomia sembra tornare al centro dello scontro politico e sociale. Si tentano nuove vie anche sul piano dei rapporti politici e si rilancia il tema della programmazione democratica delle risorse. II cosiddetto « programma di fine legislatura » trova così una delle sue prime espressioni nel piano regionale degli interventi che, sulla base di un ordine del giorno presentato dai gruppi di maggioranza e dal gruppo comunista, viene approvato nella primavera del 1975. Si tratta della legge regionale n. 18 del 12 maggio 1975, «Piano regionale di interventi per i l periodo 1975-80 » che, sulla base di un inventario delle risorse disponibili, prevede una destinazione delle medesime verso interventi nei settori produttivi, sociali e del territorio (secondo quanto specificato articolatamente nell’art. 1 della detta legge regionale n. 18). Il periodo coperto dal programma di fine legislatura, che si estende sino al primo semestre 1976, è un periodo che offre una produzione legislativa ricca ed espressiva di un disegno sufficientemente organico di sostegno e rilancio di alcune aree produttive.

Il “gigantismo” delle opere pubbliche

Dopo gli anni sessanta la De ha cambiato la città, il rapporto con la campagna, ha costruito un nuovo rapporto di direzione subalterna dello sviluppo, ha partecipato alla fondazione di una nuova borghesia urbana affaristica e speculativa legata all’edilizia, e alle opere pubbliche, di nuovi ceti professionali di mediatori in grado di accedere ai canali dell’erogazione di sussidi, di nuovi imprenditori privati finanziati dal denaro pubblico. Si è cosi sviluppata quella società di mediatori che, come hanno dimostrato sia pure con ottiche e criteri diversi le analisi di Banfield, Graziano, Schneider, Tarrow, Pugliese, Reyneri, Gribaudi, Catanzaro, ecc., ha intessuto una trama istituzionalizzata di rapporti fra centro e periferia fondata sul controllo e l’erogazione dei flussi finanziari. La città meridionale democristiana ha imposto la sua egemonia alla campagna, ma allo stesso tempo si è disposta alla dipendenza gerarchica e funzionale dai grandi centri del potere statale e dai gruppi monopolistici del nord. E tuttavia dentro questo magma indistinto, dentro questo processo distruttivo di risorse umane e naturali si sono venute producendo nuove tensioni. Una nuova intellettualità si è venuta formando sul terreno della diffusione delle conoscenze tecniche e di nuove figure professionali, della scolarizzazione di grandi masse di giovani, di alcune aree di sviluppo contadino, di ristretti nuclei di operai specializzati.

Lo sviluppo e la stabilizzazione di questa complessa trama di istituti e di rapporti (attraverso cui progressivamente l’autonomia delle forze produttive e delle energie creative della società siciliana viene assorbita dal sistema di potere) determina indubbiamente una lunga fase di crescita, sia pure distorta, e un rivoluzionamento dei rapporti sociali, portando larghe masse e vasti strati sociali a un rapporto moderno con i consumi e i valori della società industriale.

Tuttavia, ciò non consente di nascondere la portata sconvolgente e la valenza contraddittoria di tali processi, i costi sociali, umani ed economici: dall’esodo di massa dalle campagne verso le città (e dal meridione verso il nord) alle conseguenze sociali e politiche del tipo di soluzione data alla questione agraria e contadina con le leggi di riforma; dalla crescita caotica delle città meridionali agli effetti negativi che sul tessuto produttivo ha avuto un certo genere di investimenti.

Il gigantismo delle opere pubbliche, delle infrastrutture e dei complessi chimici e siderurgici non solo non ha provocato effetti di induzione (per la mancanza di legami con la struttura economica delle zone di intervento), ma ha anche indebolito la già esile industria manifatturiera meridionale, che, priva di adeguati e consistenti interventi statali di sostegno, ha finito con il subire la pesante concorrenza dell’industria settentrionale. Così come effetti pesantemente negativi ha subito l’agricoltura meridionale in conseguenza della politica agraria della Cee e di una politica regionale, che non ha mai puntato né a sviluppare una consistente rete di industrie di trasformazione né alla costruzione di momenti consortili e cooperativi per la commercializzazione dei prodotti agricoli. Ciò che costringe ancora oggi l’agricoltura a subire le condizioni inique che le vengono imposte dai settori privati e speculativi (non diverse, del resto, da quelle che le impone a monte il potere di mercato di alcuni settori dell’industria manifatturiera, in particolar modo chimica).

Controllo ed erogazione delle risorse finanziarie

Tutta l’esperienza dell’intervento diretto in economia realizzato dalla regione siciliana suggerisce l’ipotesi che si sia attuato un originale modello di compresenza e integrazione tra capitale pubblico e capitale privato, tra imprenditoria locale e gruppi nazionali per un determinato tipo di sfruttamento delle risorse locali. In altri termini, attraverso la contestuale presenza dell’intervento statale centralizzato e dell’intervento regionale attuato attraverso la gestione diretta di attività economica e di un autonomo sistema di incentivi si è potuta realizzare una saldatura fra gli interessi locali dei gruppi economici e gli interessi nazionali delle forze economiche dominanti, e una ripartizione di compiti e di ruoli tra le frazioni della De deputate al controllo e alla erogazione delle risorse finanziarie regionali e le frazioni legate ai canali nazionali e capaci di mediare il rapporto fra le nuove forme di imprenditoria espressa dalla borghesia locale e il capitale pubblico.

Decisivo per questo assetto, che consente allo stesso tempo l’unificazione del meccanismo di sviluppo e l’articolazione degli interessi e della forma della loro organizzazione nel blocco dominante, è la estrema differenziazione degli strumenti e la segmentazione dell’apparato dell’intervento pubblico statale e regionale (basta anche qui ricordare la molteplicità di enti con compiti di intervento diretto o con funzioni di trasferimenti alle imprese e alle famiglie che fanno capo agli assessorati regionali, secondo un modello che riproduce lo schema dei ministeri statali e delle amministrazioni parallele).

I caratteri distorsivi di questo modello si riflettono potentemente sulla forma che assume la modernizzazione della città meridionale. Nelle città del centro-nord la modernizzazione si realizza attraverso un’immediata comunicazione fra cultura industriale, politica e società. A l contrario, la modernizzazione delle città meridionali è del tutto estrinseca e sovrapposta attraverso la mediazione dirigistico – statalista (es. Cassa per i l Mezzogiorno) e la riorganizzazione corporativa dei ceti dominanti. Nelle città meridionali la congestione non appare legata allo sviluppo, la modernizzazione non appare collegata all’industrializzazione. La dipendenza dal capitale si manifesta in modo indiretto: la città meridionale della borghesia possidente diventa negli anni cinquanta e sessanta « luogo di transito dove l’ondata di fondo dell’emigrazione meridionale, che parte dalla campagna, sosta e riceve, a spese della collettività, una certa qualificazione scolastica o attitudinale a un lavoro extra – agricolo ». E allo stesso tempo luogo privilegiato per trasformare la rendita agraria in rendita fondiaria (edilizia speculativa, ecc.) e per spremere i redditi dei cittadini a vantaggio dell’industria del nord mediante l’imposizione di modelli di consumo distorti e improduttivi. È su questo terreno che attecchisce e si allarga il sistema dei rapporti clientelari e di uso delle istituzioni e degli apparati amministrativi in reazione di mediazione fra classi dominanti e potere pubblico (gli tomenti vanno dal credito speciale alle licenze edilizie, alle « concessioni » delle opere pubbliche…). La città meridionale assume i l volto della città clientelare e subalterna, priva di società civile, i cui connotati si definiscono essenzialmente in modo negativo: l’assenza di una reale funzione dirigente e organizzatrice (città senza centro, senza identità), la incapacità di realizzare un’effettiva omogeneizzazione sociale (decomposizione  di ogni istituzione civile, disgregazione e atomizzazione sociale) e la compressione dei processi dinamici di mutamento (con la conseguente frustrazione, l’ostilità, la rabbia, la delusione che si volgono verso lo Stato, il potere centrale, il nord, i sindacati operai, ecc.).

Spesa pubblica e dei flussi finanziari (2°parte)

Infine il massiccio intervento diretto nell’economia degli enti regionali favorisce la mobilità dei capitali privati, liberati dai settori meno produttivi, e la disponibilità di grosse quote di capitale pubblico per i l sostegno di iniziative in fase di decollo (limitando o riducendo i l rischio dei capitali privati).

All’interno di questo quadro non si può più parlare di semplice assistenza più sfruttamento e rapina, ma di uno sviluppo dipendente in cui non si realizza un mero trasferimento di risorse al sud e in Sicilia quanto piuttosto uno sviluppo che è una diramazione del sistema produttivo del centro-nord. Non esiste un tessuto produttivo diffuso e diversificato che sia espressione di bisogni e vocazioni regionali e locali, ma piuttosto un forte condizionamento esterno realizzato attraverso i canali pubblici che presiedono alla erogazione delle risorse, stabilendo le articolazioni del blocco e i suoi stessi confini.

Il modello delineato è però caratterizzato per i suoi stessi limiti (dipendenza dal modello nazionale e condizionamento del capitale pubblico) da una intrinseca fragilità e vulnerabilità che si manifesterà verso la metà degli anni settanta con le prime avvisaglie di crisi e di difficoltà del blocco dominante. Peraltro, come si è visto, l’affermarsi di questo modello in Sicilia non è stato un processo indolore, anche a causa delle accentuate resistenze delle aspirazioni espresse dai ceti sociali locali e dalla dispersione di alcune delle forze e dei ceti che avevano costituito la base dell’operazione Milazzo. L’esigenza di mediazione del rapporto fra queste forze e i settori diretti dell’intervento centralizzato è probabilmente alla base della presenza estesa, articolata e incisiva dell’intervento della Regione nella vita economica e sociale; intervento reso possibile in forma massiccia dai numerosi poteri che

caratterizzano lo statuto e la specialità della regione siciliana, dalla particolare struttura della finanza dell’isola, che consente un’ingente disponibilità di risorse finanziarie. Basti ricordare come la regione abbia in sostanza la disponibilità di tutte le entrate tributarie relative ai redditi prodotti in Sicilia, e comunque imputabili a soggetti operanti in Sicilia, e quindi non sia, come le (future) regioni a statuto ordinario, condizionata dai trasferimenti statali (sia sul piano quantitativo, sia sul piano dei vincoli di destinazione). Ciò spiega, ad esempio, perché e come il bilancio della regione presenti una percentuale relativamente bassa di incidenza della spesa corrente e abbia, invece, potuto impiegare i capitoli e le voci della spesa in conto capitale. Per queste ragioni, ad esempio, la regione siciliana nell’arco di questi trent’anni ha potuto realizzare una presenza molto penetrante, diffusa e differenziata, tramite gli strumenti degli enti pubblici economici, della società finanziaria regionale, della società

a partecipazione regionale nella gestione diretta dell’economia. È stato realizzato, infatti, un intervento che si è dispiegato in tutti i settori portanti dell’economia isolana, sia a monte, sia a valle della produzione. La stessa esperienza per molti versi fallimentare della Sofis (e oggi dell’Espi) sembra costituire un caso particolarmente

significativo di raccordo tra forze e interessi molteplici, e a volte potenzialmente contrastanti: la Sofis, infatti, intrattiene rapporti con fasce imprenditoriali minori e con grandi gruppi industriali e finanziari, sia pubblici che privati, assolvendo sia pure in modo contraddittorio a una funzione di sostegno dell’accumulazione delle prime e di alimentazione aggiuntiva di flussi finanziari per le iniziative dei secondi.

Spesa pubblica e flussi finanziari

Il comando della spesa pubblica e dei flussi finanziari diventa un momento centrale per i l governo della composizione sociale. Dal 1961 in poi, infatti, pur non trascurando e iniziative di piccole dimensioni, la finanziaria concentrò i suoi maggiori impegni per investimenti in collaborazione con l’Eni operazione Anic-Gela), con la Fiat (operazione Sicil-Fiat per il montaggio a Trapani di pezzi fabbricati a Torino), e soprattutto con la Montecatini. Significativa anche la politica dell’Irfis, i cui sono andati in gran parte ad alimentare poche iniziative di grandi dimensioni prese in Sicilia dai gruppi oligopolistici del nord (ad esempio, dalla Montecatini nell’area di Siracusa). Mentre contemporaneamente si realizza una notevole penetrazione dei gruppi monopolistici italiani ed esteri nei settori più attivi (chimica e petrolio): la Gulf italiana a Ragusa; la Capizzi Spa e la Lercara Spa (controllate dalla Gulf e dalla Montecatini) in provincia di Agrigento e Caltanissetta; la Raisom Spa, raffineria oli minerali (legata alla Esso Standard Italiana) e Siracusa, l’Eni a Ragusa, dopo l’abbandono dei pozzi da parte della Gulf.

Nell’ipotesi vincente si realizza, insomma, un terreno di incontro e saldatura che unifica, attraverso la manovra congiunta di strumenti regionali e nazionali, una parte degli interessi e delle forze imprenditoriali siciliane e i grandi gruppi del capitale pubblico e privato del centro-nord. Omologazione, modernizzazione e

unificazione nazionale erano i punti di forza del modello di sviluppo che si veniva delineando. Dentro di esso c’erano le condizioni per un profondo stravolgimento dei rapporti sociali, delle condizioni di vita delle popolazioni siciliane, ma anche lo spazio per processi di crescita e riclassificazione di forze produttive, all’interno di una ben definita divisione dei compiti. Basta annotare alcuni di questi fatti e di questi processi.

a) L’industrializzazione accelerata operata dai grandi gruppi con la relativa concentrazione di insediamenti industriali in alcune aree dà la sensazione di una Sicilia finalmente inserita nel moderno processo di sviluppo, ma nello stesso tempo crea occasioni per occupazione massiccia e consente nuove possibilità di crescita economica per parti consistenti della borghesia cittadina professionale e proprietaria di aree urbane.

b) L’edilizia e il commercio, in particolare, permettono di concentrare le borghesie locali sull’uso delle risorse siciliane. Il capitale pubblico e le istituzioni attraverso le quali fluiscono le risorse divengono strumenti diretti di organizzazione del consenso e del processo di accumulazione. Si pensi al ruolo della Cassa nella formazione delle grandi strutture finanziarie legate alle infrastrutture; all’uso degli incentivi per lo sviluppo dell’azienda agraria capitalistica e di fasce di aziende contadine nelle zone collinari; alla politica di salvataggio di aziende decotte cui è relegata l’Espi; alla presenza diretta delle imprese a partecipazione statale e ai grandi gruppi nei settori strategici della chimica e del petrolio. Il capitale pubblico assume un ruolo decisivo quale garante del rapporto fra impresa e banche nazionali e fra imprese siciliane e gruppi finanziari del nord. c) Si assiste anche alla riclassificazione di una parte del blocco rurale che dà luogo, grazie alla disponibilità di risorse e di danaro a basso costo, unitamente alla creazione di una vasta rete di infrastrutture, alla formazione di moderne aziende capitalistiche nel quadro di un’agricoltura trasformata capace di tenere il passo dei mercati internazionali.

d) Le localizzazioni industriali, lo sviluppo edilizio, il commercio, e le concentrazioni finanziarie determinano a loro volta grandi spostamenti di massa che spingono alla costituzione di grandi agglomerati urbani, favorendo cosi la crescita delle attività terziarie specie nelle pili grosse città siciliane dove la dilatazione e moltiplicazione degli apparati dei servizi pubblici, di intermediazione finanziaria e gestione dei trasferimenti, creano le condizioni per uno sviluppo massiccio del pubblico impiego.

Riforme e politica

La sinistra, che sul terreno della riforma agraria era riuscita a creare un largo fronte vincente che inglobava le masse dei contadini cattolici e aveva come referente politico all’interno dello schieramento democristiano il vecchio nucleo popolare (Alessi-Milazzo), non riuscì a realizzare alleanze altrettanto vaste nel campo dell’autonomia dei comuni, della redistribuzione dei poteri e cosi via. In questa mancata riforma dello Stato è da ricercarsi una delle radici antiche della degenerazione dell’istituto autonomistico. 2. Malgrado la mancata riforma dello Stato che avviò il processo di accentramento a Palermo della vita amministrativa della regione, di lottizzazione assessoriale, di svuotamento persino dei momenti di autonomia esistenti nelle vecchie strutture prefasciste la vicenda delle province, il commissariamento semipermanente nei consorzi di bonifica) purtuttavia i l processo autonomistico ha avuto una funzione positiva tutte le volte che è stato possibile gestire insieme potere legislativo e utilizzazione delle risorse prevista dallo statuto sulla base di una forte proposta progettuale avanzata e

sostenuta da movimenti di massa anche in collegamento o anticipando analoghe spinte a livello nazionale.

Non è qui i l caso di una analisi completa dell’attività legislativa dell’Assemblea regionale siciliana ma a titolo esemplificativo non posso non riferire ai fini del discorso che stiamo svolgendo alcuni episodi di particolare valore. Oltre alla legislazione sulla rirorma agraria vanno ricordati cosi: l’istituzione di un primo embrione della pensione sociale (l’assegno ai lavoratori anziani senza pensione); alcune anticipazioni di riforma tributaria come l’abolizione dell’imposta di consumo sul vino, l’esenzione di imposta e sovraimposta fondiaria dei coltivatori diretti fino a 5.000 lire di imponibile catastale2; forme originali di credito (il fondo di rotaóooe dell’Eras oggi Esa, la costituzione dell’Ircac, istituto di credito alla cooperazione), alcuni aspetti della legislazione industriale. Ma, naturalmente, i poteri legislativi della regione sono stati anche fonti di errori e peggio (per tutti basta citare la disastrosa legislazione sulle esattorie). Questo variegato bilancio deriva naturalmente soprattutto dal diverso grado di chiarezza e di spinta del movimento democratico sulle varie questioni di fronte a un istituto come la assemblea regionale, pronto a recepire con immediatezza le spinte positive che provengono dalla società siciliana.

Anche recentemente, ad esempio, sia pure in un periodo di crisi grave dell’autonomia siciliana, su un problema di grande attualità e grande avvenire, è stato possibile fare approvare dall’assemblea e successiva mente fare applicare dagli organi amministrativi della regione un insieme di norme per la difesa dell’ambiente contro la speculazione edilizia e per la istituzione di parchi naturali che sotto la spinta dei movimenti ecologici (Wwf, Lega ambiente-Arci, Italia Nostra) e con l’appoggio di forze sociali e politiche della sinistra hanno permesso di salvare zone importanti come la Costa dello Zingaro in provincia di Trapani, il Lago di Vendicari in provincia di Siracusa, ecc.

Questo potere legislativo, che costituisce i l vero pilastro dell’autonomia siciliana, è stato sottoposto nel tempo a un grave processo di erosione a causa di una serie di fatti e di tendenze di carattere politico ed economico-sociale. Alcune di queste cause hanno origini chiaramente politiche, da ricercarsi soprattutto in un crescente processo di omologazione e dipendenza delle forze politiche siciliane, specie governative, rispetto ai partiti, e alle correnti, nazionali.

Analisi di una politica che non ha prodotto nulla

Dopo una campagna elettorale all’insegna della bassezza morale e culturale, degna del peggior reality show, si sono finalmente svolte le elezioni politiche nazionali. I dati sulla percentuale dei votanti parla chiaro:

1′ 83.6% degli aventi diritto si è recato alle urne con la volontà di contare davvero qualcosa nella vita politica del nostro Paese. Molti elettori, sia di destra che di sinistra, si aspettavano comunque una vittoria schiacciante di uno schieramento sull’altro. Ma così non è stato. L’Unione ha vinto le elezioni, ma per una manciata di voti. Che cosa è successo? Perché un’Italia spaccata nettamente in due? Sono diversi i motivi. Prodi non è riuscito a convincere del tutto i cosiddetti indecisi, il cui voto è spesso determinante. L’Unione non ha saputo dimostrare molta credibilità, poiché racchiude in sé partiti molto diversi fra loro e con obbiettivi spesso opposti. Resta il fatto che la Casa delle Libertà ha condotto negli ultimi mesi una campagna elettorale all’insegna delle menzogne, delle false promesse e del populismo a buon mercato.

Il nostro Premier “corrotto,frivolo e sboccato”(così lo ha definito il quotidiano nazionale spagnolo El Pais) ha tentato con tutte le sue forze di aggrapparsi ad una nave che affondava, sparando proposte da abile venditore quale egli è. Un esempio è stata l’abolizione dell’ICI e delle tasse sui rifiuti urbani che, se approvate, avrebbero sottratto milioni di euro alle casse già povere dei Comuni, con pochi risultati a livello pratico. La campagna del centro destra è poi continuata all’insegna dell’infangamento dell’avversario politico: lo spauracchio diffuso da Tremonti riguardo la volontà dell’Unione di tassare BOT e CCT e di aumentare tutte le tasse in maniera indiscriminata. Tutte menzogne, certo, smentite dai leaders del centro sinistra, ma che hanno fatto ugualmente breccia nel “ventre molle” della nostra società, la società della scarsa cultura e della dipendenza dalla televisione.

Sicuramente, però, anche l’Unione ha delle grosse responsabilità riguardo lo scarso vantaggio riportato sulla CdL. Non ha portato avanti una campagna elettorale incisiva come quella del centro destra e soprattutto non ha saputo dare risposte chiare riguardo il tema “tasse”. Così si possono spiegare i larghi consensi ricevuti dalla Casa delle Libertà. Resta il fatto, però, che l’Unione ha vinto queste elezioni, con una vittoria sì risicata, ma pur sempre una vittoria. Che cosa è successo? Perché un’Italia spaccata nettamente in due? Sono diversi i motivi. Prodi non è riuscito a convincere del tutto i cosiddetti indecisi, il cui voto è spesso determinante. L’Unione dovrà perciò dimostrare all’Italia di potere risollevare la condizione disastrosa in cui si trova il Paese. Dovrà dimostrare di riuscire a mantenere uniti i partiti al suo interno portando avanti gli impegni presi con gli elettori e rispettando i punti del suo programma. Dovrà dimostrare di potere creare uno Stato sociale reale e potere garantire un benessere più diffuso. Dovrà dimostrare che un’ Italia migliore è ancora possibile. «L’italia è una repubblica fondata sul lavoro divisa in due» questa sembra essere la prima considerazione che vien fuori guardando i risultati dell’appuntamento elettorale del 9 e 10 aprile scorsi. Con una più attenta analisi riusciamo a contare il risicatissimo vantaggio di una delle due coalizioni. Risultato: vince l’Unione di Romano Prodi. Come Come?! qui urge un breve riassunto.

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