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Le unità di lavoro irregolari dipendenti

Le unità di lavoro irregolari dipendenti rappresentano l’area sommersa o a i margini del lavoro dipendente non essendovene traccia nei l i b r i paga delle imprese; con riferimento al lavoro autonomo, l’irregolarità è definita dalla mancanza di una precisa identificazione localizzativa della impresa, per cui in questa categoria possono rientrare non solo i lavoratori a domicilio o conto terzisti che svolgono l a propria attività i n luoghi non identificabili come sede di impresa, ma, secondo lo stesso criterio, anche g l i ambulanti, gli intermediari, le piccole attività professionali ecc. Inoltre, nel caso dell’agricoltura, nelle posizioni irregolari, sono comprese le attività regolari di durata inferiore ai 180 giorni. Le unità di lavoro dei non dichiarati (persone che pur non definendosi occupate dichiarano d i aver effettuato ore di lavoro nella settimana di riferimento) costituiscono la parte decisamente più sommersa o perché molto informale e di conseguenza non riconosciuta dal rispondente (sia nel censimento della popolazione sia nell’indagine sulle forze di lavoro) o perché volontariamente elusa. Per quanto riguarda gli stranieri n o n residenti, l’aggregato comprende solo coloro che, con permesso d i soggiorno scaduto o come clandestini (senza permesso di soggiorno), svolgono attività i n modo volontariamente sommerso.

Le doppie posizioni lavorative sono infine quelle di chi svolge più attività in sedi diverse di impresa; si tratta in prevalenza di lavoratori autonomi (titolari di più imprese o unità locali) ma anche tra i dipendenti è possibile trovare questa tipologia (nel lavoro domestico, ad esempio, ma anche nel lavoro turistico, nelle costruzioni, nei trasporti). In sintesi, l’area del lavoro non regolare, letto nelle unità d i lavoro, copre

molta parte di quei lavori che o sono al margine della regolarità normativa o dichiaratamente sommersi o molto informali.

La revisione della metodologia ISTAT

Come precedentemente indicato, l’ISTAT ha rivisto definizioni, classificazioni e con esse l a metodologia di calcolo delle ULA, sulla base del nuovo SEC 95. I dettagli circa l a nuova procedura sono stati comunicati recentemente in alcuni lavori scientifici (Baldassarini 2000 e Calzaroni 2000), ma finora non sono stati ancora comunicati secondo i consueti canali d i diffusione dell’Istituto. Inoltre i risultati pubblicati a oggi non hanno ancora la ricchezza informativa dei precedenti. Infatti finora ISTAT ha pubblicato le ULA col seguente dettaglio: a livello nazionale con 50 branche settoriali (la nuova classificazione per branca non è però confrontabile con la vecchia, vedi punto 5 d i seguito) con l a distinzione per dipendenti e indipendenti; a livello regionale con u n dettaglio settoriale minore (24 branche) sempre suddivise indipendenti e indipendenti. In entrambi i casi quindi n o n è stata ancora fornita alcuna distinzione per categoria lavorativa. In questo contesto d i sostanziale novità e allo stesso tempo di carenza informativa si è comunque voluto tentare una stima che potrà essere successivamente rivista alla luce dei nuovi dati disponibili. Tornando adesso alle questioni più strettamente metodologiche, il core della nuova procedura ISTAT è per sommi capi analogo a quello precedentemente descritto e si basa ancora sul confronto CP – CIS; tuttavia le novità introdotte sono numerose.

Economia Torino

Le indagini dirette sono immediatamente calibrate sull’obiettivo e quindi rispondono meglio di altri metodi alle esigenze della ricerca. Esse permettono infatti di cogliere aspetti del fenomeno indagato che sfuggono a livello aggregato. In genere si tratta di indagini condotte a livello locale su gruppi particolari e circoscritti della popolazione, normalmente quelli ritenuti a maggior rischio di lavoro nero. Tenuto conto dei costi nell’impianto e nella realizzazione della rilevazione tali ricerche rischiano di essere episodiche e non consentano di delineare tendenze nel corso del tempo. In generale si tratta di indagini condotte essenzialmente dal punto di vista dell’offerta di lavoro: hanno interesse a capire chi sono i lavoratori irregolari, più che quanti sono. Nonostante quindi i risultati raggiunti siano difficilmente generalizzabili, si tratta comunque di indagini di grande interesse conoscitivo, indispensabili nella misura in cui vanno, almeno parzialmente, a colmare quelle lacune presenti nei metodi di stima indiretti che perdono completamente di vista le caratteristiche di coloro che sono coinvolti in forme di lavoro sommerso. In Italia, nel corso degli ultimi trent’anni, sono stati svolti numerosi di questi approfondimenti soprattutto su alcuni segmenti della popolazione.

In un primo tempo oggetto privilegiato d’indagine sono state prevalentemente le donne lavoranti a domicilio mentre oggi l’attenzione è più spostata verso l’universo giovanile, ma anche verso componenti più specifiche e maggiormente a rischio di lavoro nero come disoccupati, cassa-integrati e pensionati. Tali ricerche si sono tuttavia scontrate con difficoltà rilevanti nella misura in cui, le persone coinvolte in questo tipo di attività non ne parlano volentieri. Il principale limite di queste indagini consiste nel fatto che è spesso difficile ottenere direttamente informazioni affidabili e veritiere da parte di chi svolge attività che ha interesse a occultare, che è poi l’aspetto che si vuole rilevare. Va tuttavia notato come solo apparentemente questo tipo di problema non si ponga per le statistiche ufficiali che si basano in molti casi sulle risposte fornite dai soggetti ai rilevatori dell’ISTAT Un tipo di approccio che, sempre sul piano delle rilevazioni dirette è ritenuto, almeno in parte, i n grado di ovviare alla reticenza a dichiararsi da parte dei lavoratori irregolari consiste nell’adottare il metodo delle persone informate introdotto da Bergonzini all’inizio degli anni Settanta per studiare i l lavoro femminile in Emilia Romagna e attualmente riproposto con forza da Meldolesi (Meldolesi 1998). Tale metodo consiste nel ricorrere alle informazioni sul fenomeno oggetto dello studio provenienti da persone che non ne sono direttamente coinvolte, ma che, per motivi diversi si presume ne abbiano una buona conoscenza. Secondo alcuni autori, nel caso dell’economia sommersa, questa metodologia permetterebbe, rivolgendosi a terzi, d i ovviare al grave inconveniente della scarsa affidabilità delle notizie ricavabili dai diretti interessati al fenomeno. Esistono tuttavia limiti evidenti a tale metodo: in primo luogo esso si basa sull’assunto,tutt’altro che dimostrabile, che le persone considerate informate lo siano veramente e, soprattutto, che esista presso di loro una maggiore libertà e obiettività rispetto ai diretti interessati (dubbi di carattere etico). Se, inoltre, questo tipo di metodologie possono raggiungere un qualche obiettivo conoscitivo di carattere qualitativo, e soprattutto possono rappresentare utili integrazioni a indagini condotte con altri strumenti (sia diretti sia indiretti), maggiori dubbi esistono sul fatto che questo tipo di procedura possa consentire di arrivare a una quantificazione del fenomeno stesso.

Economia sapienza

All’interno dell’economia sommersa possono, a loro volta, essere individuati due ulteriori componenti, il sommerso d’azienda e il sommerso di lavoro. Siamo in presenza di sommerso d’azienda quando restano sconosciuti sia l’azienda sia i l lavoratore. Tale tipologia di sommersoappare spesso in connessione con situazioni in cui il lavoro nero diviene elemento strutturale del sistema produttivo in aree territorialmente definite e con il coinvolgimento della maggior parte dei lavoratori e dei produttori. JiLha, invece, sommerso di lavoro laddove le aziende regolari utilizzano manodopera aggiuntiva o occultano parte dellajprestazione lavorativa dei dipendenti. In questo caso si tratta di attività di aziende emerse che si avvantaggiano dell’economia sotterranea per ridurre i l costo del lavoro e gli altri oneri imposti dalla legge ottenendo immediati vantaggi concorrenziali. In linea generale la mancanza d i u n grado sufficientemente elevato di organizzazione e consapevolezza dei lavoratori o la carenza di controlli permettono al datore di lavoro di imporre la rinuncia ai diritti garantiti dalla legge. Complessivamente le attività maggiormente coinvolte sono l’agricoltura, i servizi alla persona e l’edilizia.

3. Rapporti di lavoro nero che nascono esclusivamente per ridurre i costi connessi all’attività di impresa. S i tratta della tipologia più diffusa i n Italia, all’origine della quale v i sono da un lato gli elevati oneri fiscali e contributivi e, dall’altro, l’impossibilità di realizzare una flessibilità salariale i n deroga ai minimi contrattuali. Il confronto con le esperienze di altri paesi dimostrerebbe come vi sia una diretta correlazione tra economia sommersa e gravità degli oneri economici, amministrativi e organizzativi imposti dalla legge.                                      In una direzione definitoria simile si muove Sestito quando, in un recente convegno (CNEL 2000) sostiene che i l sommerso coinvolge tanto i soggetti garantiti (doppio lavoro) quanto quelli che si trovano i n una condizione di bisogno. In particolare vengono distinte, anche i n questo caso tre tipologie di sommerso.

1. Il sommerso evasivo motivato da esigenze di evasione contributiva oppure per non rinunciare a trasferimenti previsti dal sistema di welfare.

2. Il sommerso da regolazione che serve alla regolamentazione dei mercati del lavoro (fenomeno questo i n parte ridotto grazie alla crescente introduzione d i strumenti di flessibilità) e dovuto in larga misura al mal funzionamento dei controlli messi in atto dalla pubblica amministrazione.

3. Il sommerso per motivazioni contrattuali – produttive, in questo caso è usato da imprese a basso valore aggiunto (tipicamente nel meridione) che non sono i n grado d i pagare salari medi,oppure, dal lato dell’offerta si è i n presenza di un livello d i indigenza tale da consentire l’accettazione di livelli salariali molto al di sotto della media. In campo internazionale, i l sociologo Laé distingue, a proposito delle diverse tipologie di sommerso, tre differenti stadi che corrispondono ad altrettanti contesti socioeconomici (Laé 1989). Al primo livello si sviluppano delle forme di lavoro nero disperse, parcellizzate, relativamente poco organizzate, che si incollano agli stretti bisogni degli individui: si pensi a quelle occasioni di lavoro (lavoretti), tipicamente urbane, ma anche agricole, in parte, che consentono agli individui di racimolare quello che serve loro per far fronte alle esigenze primarie, ma anche ad alcune fasce della popolazione (giovani) per far fronte a esigenze particolari; questa nebulosa di occasioni si inscrivono incontestabilmente in un quadro di precarietà e marginalità.

Economia politica

L’attenzione per le implicazioni di politica economica ci riconduce a un tema già introdotto. La teoria microeconomica è una teoria della società caratterizzata da una grande tensione normativa: essa descrive i comportamenti di soggetti che perseguono ciascuno il soddisfacimento di un proprio sistema individuale di valori perché vuole valutare normativamente i risultati sociali cui conduce la loro libera interazione. Presentazione della prima edizione italiana XXI Tre elementi radicalmente nuovi caratterizzano dunque gli sviluppi recenti della microeconomia:

(i) l’estensione sistematica del modello di comportamento razionale ai contesti di incertezza e di interazione strategica;

(ii) la consapevolezza del fatto che, in tali circostanze, l’interazione sociale non coordinata tende in generale — e non soltanto come risultato di deviazioni specifiche — a condurre a situazioni collettivamente non desiderabili (non efficienti nel senso di Pareto);

(iii) la necessità di arricchire l’analisi dei meccanismi di coordinamento sociale guardando alla molteplicità delle forme istituzionali che — al di là del mercato — i soggetti tendono a porre in essere al fine di ovviare ai risultati inefficienti, di cui al punto precedente; e soprattutto la necessità di spiegare endogenamente l’emergere di tali forme istituzionali come risultato della stessa interazione dei soggetti.                        Vi sono ancora due aspetti della ricerca corrente di microeconomia che meritano di essere rilevati:

a) il primo è l’ambizione dell’economia di estendere i l proprio dominio alla spiegazione di un vasto intreccio di fatti sociali, la cui esistenza è incompatibile con le condizioni ideali di mercati perfettamente concorrenziali e che, tradizionalmente, tendevano a ricevere spiegazione esogena rispetto alla costruzione teorica dell’economista. Quest’aspetto viene spesso definito, con un termine che può suonare poco lusinghiero, come “imperialismo economico”;

b) il secondo, in ampia parte connesso con il precedente, è la caratteristica, non di rottura, ma di continuità nel metodo di analisi, tra la microeconomia classica e la ricerca più recente. Così, da un lato, il modello dell’equilibrio generale di perfetta concorrenza mantiene inalterata la sua carica di “riferimento” ideale; mentre, d’altro lato, l’interazione sociale in contesti nei quali l’individualità dei soggetti “conta” viene descritta, nella ricerca contemporanea, rimanendo rigidamente entro il solco della teoria del comportamento razionale, e quindi nell’ambito del più rigoroso individualismo metodologico. La ricerca di microeconomia degli ultimi due decenni ha già da tempo cominciato a offrire frutti che appaiono ormai sufficientemente sedimentati. Una molteplicità di risultati generali sono disponibili, e oggi uno dei problemi più importanti è quello della loro trasmissione didatticamente efficace nei corsi universitari istituzionali. Dato l’elevato grado di astrattezza che ha caratterizzato la ricerca teorica che, sia pure in modo evocativo, si è cercato di illustrare nelle pagine precedenti, questa esigenza didattica non può essere soddisfatta in altro modo che attraverso un ripensamento generale dei testi; non sono ormai più sufficienti i paragrafi, o i capitoli, di “aggiornamento” dell’ultima edizione di testi pensati originariamente nella loro integrità come esposizione del modello “classico”. È da notare tuttavia come, in questi ultimi due, venga rivolta una attenzione di gran lunga maggiore del consueto agli aspetti connessi con l’abbandono dell’ipotesi di anonimità dei soggetti, e della loro sostituzione a costo nullo nei rapporti sociali: così, il capitolo sul monopolio si diffonde ampiamente sulle condizioni che rendono possibile la discriminazione del prezzo.

Economia (2°parte)

L’arricchimento della teoria del comportamento razionale (con i contributi della teoria dell’utilità attesa e della teoria dei giochi) non ha avuto soltanto il merito di offrire uno strumento più adeguato per lo studio di contesti specifici per i quali il bagaglio strumentale tradizionale si rivelava inconsistente — come, per esempio, nello studio dell’oligopolio — ma ha inciso in modo più “fondativo”, modificando in maniera sostanziale la visione della società che fa da sfondo al modello dell’economista. In un modo forse un po’ drastico la questione può essere posta nei termini seguenti. La visione della società che sta alla base del modello della microeconomia “classica” — cioè i l modello di equilibrio generale in perfetta concorrenza — è quella di una collezione, molto grande, di soggetti la cui individualità è di fatto irrilevante rispetto ai risultati del loro interagire sociale. In tale visione si suppone che l’informazione rilevante per le azioni che ciascun soggetto deve compiere sia uniformemente distribuita nella società, e che ogni agente sia guidato dalla consapevolezza del fatto che modifiche nelle sue scelte possono alterare i l suo personale benessere, ma lasciano inalterato i l benessere di ogni altro soggetto che compone la società.

Ciò non esclude, ovviamente, la possibilità che un soggetto possa avere una specificità (o, in particolare, un vantaggio) rispetto agli altri soggetti sociali. Tale potrebbe essere, per esempio, un vantaggio di natura informativa (come quando un soggetto conosce una tecnica produttiva ignota agli altri componenti la società), oppure ancora il controllo su qualche risorsa scarsa. L’elemento cruciale nel modello di perfetta concorrenza è tuttavia che, nella prospettiva dell’intera società, l’esistenza o meno di un vantaggio simile è irrilevante, giacché i l soggetto è sempre posto in grado di appropriarsi Presentazione della prima edizione italiana XXi interamente costruito intorno al perno centrale rappresentato dalla teoria del comportamento razionale nelle sue estensioni correnti. Così, mentre gli studi economici oggi (“Pensare da economisti”) introducono bene la questione, due gruppi di capitoli sviluppano il tema in modo sistematico esponendo la teoria tradizionale della scelta razionale in contesto paramedico (la teoria del consumatore) e introducendo e sviluppando i temi relativi alla scelta intertemporale, alla scelta in condizioni di incertezza, alla scelta strategica (evidenziando con cura la possibilità di risultati ineflicicnti associati ai modelli statici di razionalità strategica), all’emergere di valori di altruismo e di solidarietà nell’ambito di un approccio razionale, ai problemi che scaturiscono quando si voglia fare realmente i conti con capacità cognitive (e razionalità) limitate. Questa trattazione offre un solido riferimento allo sviluppo successivo degli argomenti del testo, che può entrare in modo “naturale” nei temi più recenti della microeconomia che fanno esplicitamente i conti con i problemi di scelta strategica in contesto di informazione incompleta: coordinamento su comportamenti cooperativi, contratti, costi di transazione, esternatila, beni pubblici, decisioni collettive. Questo materiale viene affrontato sistematicamente Oligopolio, Lavoro, Informazione, Capitale, Esternalità e diritti di proprietà, Scelte collettive. I temi più importanti entrano , nell’alveo più tradizionale dei testi di microeconomia, e convenzionale è infatti il modo con cui gli argomenti sono introdotti: la teoria standard della produzione e dei costi, l’equilibrio generale di perfetta concorrenza, il monopolio e la concorrenza monopolistica.

Economia

(dal greco oikia e nómos = legge della casa): ordine o sistematica amministrazione di un bene qualsiasi, casa, città, Stato. (filos.): in tal senso usato per la prima volta da ARISTOTELE. Nel Medioevo designa l’ordine provvidenziale con cui Dio regge l’universo e spesso si identifica col principio di conseguire il «massimo risultato col minimo dispendio di forze e di mezzi».

— (logica): in base a ciò, più volte si è assegnata alla conoscenza concettuale una funzione economica, come semplificatrice dei molteplici dati sensoriali. G . DI OCKHAM (1280-1349) se ne valse per proporre l’eliminazione dei molti enti ammessi dalla Scolastica tradizionale (p.e. le specie).

— (epistemologia): in età contemporanea, l’Empiriocriticismo (E. MACH, 1838- 1916), considera le leggi e i principi delle varie scienze compendi economici di uso pratico, formule abbreviate che servono a esprimere in modo sintetico e ordinato i contenuti dell’esperienza; non sono quindi copie di una realtà effettivamente data, ma strumenti di cui il pensiero si serve per classificare i dati empirici.

— nella filosofia crociana economia è la categoria dello spirito pratico che si manifesta come «volizione dell’individuale», ossia come ricerca dell’utile (l’altra forma dello spirito pratico, quella rivolta alla «volizione dell’universale», ossia alla ricerca del Bene comune, è la morale).

Economia politica: scienza che studia i rapporti reciproci fra i membri di una data società e fra le diverse classi sociali, in tutte le fasi dell’amministrazione dei beni : dalla produzione, alla distribuzione, al consumo. Si fonda sul presupposto dell’esistenza di un ordine naturale che agisce auto 78 maticamente purché garantito dal comportamento razionale degli uomini, che non devono turbarne il principio di equilibrio, nel quale ognuno può trovare il soddisfacimento dei propri bisogni elementari e la massima utilità individuale, compatibilmente con quella altrui. Questa tesi è alla base della concezione fisiocratica (cfr. fisiocrazia), cioè riferita ad una società fondata sulla proprietà terriera, e del liberalismo economico (cfr.) della prima società industrializzata; entrambe sono afferratrici della libertà d’iniziativa dei singoli, sia nella produzione come, e soprattutto, negli scambi (cfr. liberoscambismo) ; vi si contrappone il mercantilismo (cfr.) che presume un intervento regolatore degli scambi da parte dello Stato.

— a queste tesi individualiste, espressione collettiviste: socialista e comunista (cfr. socialismo

e comunismo) per le quali le direttive dell’economia politica vengono fissate dal potere che rappresenta la collettività. La concezione marxista identifica l’economia politica con la stessa dialettica storica; ossia appunto la scienza che studia i nessi dialettici (lotta di classe; contrasti tra livello di sviluppo delle forze produttive e dei rapporti di produzione) di cui si sostanzia lo sviluppo della storia. Gli ultimi due decenni sono stati anni di cambiamenti importanti e rapidi per la microeconomia. In termini generali, la novità decisiva è l’estensione dell’analisi del comportamento razionale dell’attore sociale dal paradigma tradizionale della scelta paramedica in condizioni di certezza (che sorregge l’edificio dell’equilibrio economico generale di perfetta concorrenza) ai contesti di scelta in condizioni di incertezza e di interazione strategica. In un momento in cui le economie principali sono attanagliate dalla crisi economica finanziaria che instauratasi negli ultimi, risulta ancora più complesso comprendere le dinamiche che caratterizzano i principali mercati su cui dovranno confrontarsi gli operatori economici.

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