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Finanziamenti PMI

La dimensione complessiva dell’ambito delle IN (totali o parziali) a livello nazionale non si può stimare agevolmente, mancando una specifica analisi in proposito. Considerando solo le imprese totalmente sommerse si può azzardare una valutazione di 3-400.000 imprese in attività, desunta dalla stima ISTAT di oltre 800.000 lavoratori totalmente in nero e operanti in imprese con un numero medio di addetti di qualche unità; conteggiando anche il lavoro esterno, a domicilio, aumenterebbe sia il numero dei LN che quello delle IN ‘. Nell’analizzare il comportamento di una IN sui mercati dei fattori e dei prodottisi può osservare che essa gode, tra l’altro, di una collocazione privilegiata che consente una forma di competizione doppia, sia su mercati regolari che su quelli in nero, rivale sia delle imprese regolari che di quelle sommerse. Un aspetto che tuttavia limita questa prerogativa è rappresentato dall’esistenza di alcune barriere all’entrata sui mercati regolari e l’operare di costi specifici del nero.

La formazione delle imprese in nero

Le cause dirette di formazione delle IN sono sinteticamente individuabili nell’arretratezza di taluni settori o aree produttive, nel decentramento produttivo e nel sistema delle subforniture.

L’arretratezza riguarda complessivamente, come noto, l’area del Mezzogiorno, che pur non essendo l’unica ad essere interessata, rappresenta quella con più alta concentrazione di IN. Le IN che vi sono sorte a partire dagli anni Sessanta, risultavano un effetto indotto dell’intervento della Cassa del Mezzogiorno e in particolare degli insediamenti delle grandi imprese industriali, statali e non, e un effetto imprevisto delle numerose successive cessazioni dell’attività produttiva di molte di tali imprese, sostenute finanziariamente solo per un determinato periodo, e del loro indotto. Più di recente

un nuovo stimolo al generarsi di IN si è avuto nel formarsi di un nuovo indotto legato agli insediamenti produttivi conseguenti il decentramento delle imprese del Nord, allo sviluppo di taluni distretti industriali e di alcuni

grandi centri commerciali in aree metropolitane. Ovviamente non tutto l’in (lotto è nero, semplicemente è più facile che esso vi si insinui. Di fatto se la nuova industrializzazione stenta a realizzarsi, non sono mancati effetti reali di decentramento produttivo dal Nord del paese, così come di sviluppo di uree e distretti produttivi a maggiore concentrazione artigianale e industriale, e soprattutto di numerosi piccoli e grandi centri commerciali limitrofi ad aree metropolitane, quasi a testimoniare una effettiva ma non rilevata crescita dei redditi. E un secondo effetto di sviluppo ha riguardato la nascita di ima miriade di micro e piccole imprese, queste sì in gran parte in nero, avviate dai soggetti più attivi e con un capitale umano maggiore, licenziati da ( nelle imprese create dalla ricordata Cassa del Mezzogiorno e poi chiuse o lallite. Tali nuove imprese e IN operano perlopiù nella manutenzione e nella subfornitura, alcune riuscendo a collocarsi sui mercati, altre rimanendo in ambiti famigliari per produzioni conto terzi, altre nel sub decentramento operato da imprese già attive nel decentramento di imprese maggiori. Alcune di tali IN emergono nel tempo, totalmente o parzialmente, molte no; la scelta pare dipendere dalle dinamiche del settore operativo o dal sorgere di obblighi nei rapporti con imprese regolari, ma senza una tassonomia individuabile.

CCNL PMI

Il sapere e la conoscenza rappresentano sempre di più una delle principali leve su cui agire per garantire alle persone maggiori spazi di partecipazione, consapevolezza e libertà. E dunque indispensabile impegnarsi per costruire un sistema che in tutto l’arco di vita lavorativa consenta di migliorare la propria professionalità, aumentare il livello di soddisfazione sul lavoro, dare maggiori opportunità di crescita a tutti i cittadini, per contrastare la diffusione dell’economia irregolare e favorire la piena affermazione di una cultura della legalità in campo economico e sociale. Un altro ambito di intervento è rappresentato dall’introduzione di necessarie innovazioni all’interno delle PA, basate su nuove modalità di coordinamento tra end diversi o tra settori dello stesso ente, e su un ruolo più efficace nell’erogazione dei servizi ai cittadini e alle imprese. Più in particolare, all’interno di un processo di semplificazione della normativa relativa agli adempimenti a carico delle imprese, alla riduzione dei cose e dei vincoli che ne limitano la crescita, e a nuovi interventi di carattere fiscale (come, ad esempio, la defiscalizzazione dei redditi marginali), occorre incoraggiare e rafforzare il dialogo tra le istituzioni locali attraverso il potenziamento di strumenti già esistend (Servizi per l’impiego, sportelli unici), e l’implementazione di azioni di orientamento e consulenza. Ciò anche al fine di contribuire alla costruzione di un nuovo rapporto di fiducia tra poteri pubblici e cittadini (siano essi anche imprenditori o lavoratori).

In realtà, nel nostro paese non mancano esperienze posidvc in questo senso, come ad esempio, in Campania, quella dei Centri Operativi per la Riqualificazione Economica (CUORE), a cui possono rivolgersi tutte le imprese e i cittadini che vogliono avviare un’attività imprenditoriale, ottenendo gratuitamente assistenza e consulenza. Reprimere i comportamenti in violazione delle normative per alimentare una «cultura della legalità» è parte essenziale di una corretta strategia a favore dell’emersione. Tuttavia, ancor oggi, si rilevano alcuni pund di criticità nell’attività di vigilanza, tra cui:

• la scarsità delle risorse economiche ed umane destinate ad un efficace controllo del territorio;

• la difficoltà di intervenire in maniera mirata;

• l’esigenza di migliorare il coordinamento tra gli istituti ad essa preposti.

Per tali ragioni, occorre dunque:

• potenziare le risorse finanziarie, tecnologiche e umane dei diversi servizi ispettivi con opportuni investimenti ed una adeguata formazione;

• realizzare una maggiore programmazione dell’attività di vigilanza, anche attraverso il maggior coinvolgimento delle Regioni;

• rendere effettivo e permanente il coordinamento della stessa;

• creare un sistema che consenta un maggiore scambio tra le diverse banche dati (va ricordata, a tal proposito, la disposizione prevista dall’art. 44, comma 5, del d.l. 269/03, riguardante l’obbligo per gli enti pubblici gestori di forme di previdenza e assistenza obbligatorie di stipulare con le aziende convenzioni sulla modalità di fornitura dei dati relativi alle utenze elettriche e telefoniche contenute negli archivi delle stesse). A ciò si aggiunga che il ruolo dell’attività di vigilanza va potenziato non soltanto nel suo aspetto repressivo, ma anche, come già in parte avvenuto, in quello informativo e preventivo. La vigilanza potrebbe addirittura diventare un ulteriore strumento di osservazione del territorio e di stimolo all’attività degli altri attori locali.

Definizione PMI

Una larga rappresentanza degli osservatori locali interpellati dal Censis nel 1998 ha valutato il sommerso una realtà diffusa ed economicamente strutturale, in particolare nel Mezzogiorno. Nel Centro Italia è diffusa la stessa convinzione in misura appena inferiore alla media nazionale, ma qui si combinano diversi fattori, come la presenza della grande conurbazione metropolitana di Roma, centri a forte vocazione turistica, un’alta densità di distretti industriali specializzati nei settori più permeabili alle diverse forme di irregolarità. Più selettiva è la valutazione nel Nord-Est dove emerge una concentrazione in specifici settori soprattutto del manifatturiero e nel Nord-Ovest dove il sommerso assume connotazioni di marginalità. Non vi sono, quindi aree del paese esenti da fenomeni deviami, ancorché sia ben chiaro che la traiettoria dall’economia volatile a quella sommersa in senso stretto, percorra il paese dal Nord al Sud. Nelle aree del benessere diffuso le attività in nero sono oggi motivate da un’attesa di maggiori guadagni, dopo aver costituito negli anni ’60 e 70 la fonte di accumulazione primaria per poter consolidare e sviluppare l’impresa. Ora, proprio quell’origine costituisce la chiave per valutare a pieno il peso che il capitale sociale riveste nelle concrete modalità attraverso cui si manifestano le anomalie: di base resta molto forte la cultura del lavoro che spinge verso l’avventura imprenditoriale da un lato e fa coesione socialedall’altro.

L’orizzontalità dei comportamenti nei sistemi locali di piccole e medie imprese crea legami fra imprenditore e lavoratore, che condividono valori, modi di essere e aspettative. L’imprenditore ricorre a forme elusive nei confronti del fisco o delle normative sul lavoro per poter elevare gli utili, erodere la base fiscale e contributiva (peraltro ritenuta eccessivamente punitiva), gestire con la massima flessibilità le risorse umane.

Ma lo stesso lavoratore accetta il nero per aumentare i propri guadagni, integrando più reciditi o mettendosi in proprio per realizzare microimpresc sommerse dentro l’azienda emersa. Il modello fa riferimento all’integrazione fra medio imprenditore e microimprenditore, ad alte specializzazioni professionali, alla ricomposizione delle diverse fasi inserite strategicamente nell’organizzazione produttiva, alle relazioni parcellizzate fra unità aziendali differenti, ma localizzate nello stesso luogo di produzione, fino al ritorno del cottimo e l’utilizzo di imprese individuali del tutto sommerse. L’intreccio di ruoli fra imprenditore e lavoratore avviene sulla base di rapporti fiduciari e legami negoziali, non sembra avere nulla di imposto da condizioni di obiettiva necessità. Nel Nord, inoltre, l’assenza di manodopera disponibile a svolgere lavori pesanti e ad alto rischio, in settori come l’edilizia, la concia, l’industria cascarla, la siderurgia, vede l’utilizzo di immigrati ed extracomunitari (costituiscono ad esempio il 40% degli occupati nelle concerie) che, specie se irregolari, non hanno una forza contrattuale tale da imporre il rispetto del quadro normativo. Si può, quindi, concludere che nelle aree a più elevata densità di occupazione ovvero dove si è raggiunta la piena occupazione, esista soprattutto sommerso di lavoro, funzionale all’integrazione del reddito principale. Le forme più estreme di irregolarità, pur esistenti, riguardano settori produttivi e aree di offerta di lavoro più deboli, come quelle degli immigrati meno qualificati. Nel Nord, e in parte anche nel Centro Italia, l’impresa di media dimensione ha metabolizzato forme di flessibilità ormai connaturate alla sua organizzazione. Esse riguardano essenzialmente la scomposizione del processo produttivo con l’utilizzo, anche all’interno della stessa azienda, di nuclei operativi autonomi.

PMI Italia

Il progressivo superamento del sommerso delle origini avviene, negli anni 70, con la formazione di distretti industriali. Rimandando all’ampio dibattito esistente sul tema dei distretti, interessa qui ricostruire i fattori che hanno determinato, tra gli anni 70 e ’80, la fuoriuscita dalla marginalità e la piena maturazione del modello produttivo italiano basato sulla piccola e media impresa. Ciò è avvenuto con la crescita progressiva di piccole unità produttive artigiane ovvero con

il decentramento di lavorazioni nelle aree periferiche rispetto alle aree industriali storiche. In ambedue i casi tuttavia risultano abbastanza omogenei i paradigmi che hanno fornito la spinta a una radicale trasformazione. Il primo importante carattere rimanda all’elevato spirito di iniziativa presente in gran parte del paese. Nel 1951 esistono in Italia 1,5 milioni di imprese, al 1971 diventano 2,2 milioni, al 1991 3,3 milioni al 1996 3,5 milioni. E un universo costituito per gran parte da microimprese concentrate nei settori commerciali e di servizio, che evidenziano una continua creazione di imprenditori più che di aziende.

Tuttavia una tale attitudine non può essere rimossa. È un dato di fatto che perdura da decenni e non sembra rallentare neppure nell’attuale scenario, totalmente innovativo rispetto alla fase di prima industrializzazione. Ancora negli ultimi anni, oltre l’80% delle nuove imprese che si iscrivono per la prima volta al registro delle Camere li Commercio è costituito da ditte individuali. I dati per il 27 1998 vedono la seguente ripartizione: su un totale di 400.000 nuove iscrizioni, 175.000 registrano trasformazioni o scorpori da aziende esistenti, 225.000 sono aziende di effettiva nuova formazione e di queste ben 186.000 dichiarano come forma giuridica quella di ditta individuale. Tornando alla formazione dei distretti industriali come portato di un’imprenditorialità diffusa, negli anni ’70 le imprese manifatturiere raggiungono il massimo storico rasentando le 600.000 unità, con un aumento di 101.000 nel decennio e una variazione, al 1981, del 20% rispetto al 1971. Il territorio produttivo diviene il fulcro dei processi di sviluppo. Aziende troppo piccole e fragili non avrebbero trovato la forza di svilupparsi al di fuori di un contesto territoriale aperto alle relazioni, all’imitazione e alla collaborazione; abbastanza circoscritto da poter essere animato da una comune identità e da ambizioni convergenti; diversificato nelle specializzazioni, ma in grado di dare struttura alla parcellizzazione aziendale, attraverso la costruzione di filiere e reticoli produttivi. Ulteriore importante elemento riguarda più propriamente la sfera individuale e, con essa, il ruolo drammaticamente importante assegnato al valore-lavoro. Seppure da punti di vista anche diametralmente opposti, nelle differenze culturali e storiche che attraversano l’Italia alle diverse latitudini, l’importanza che gli italiani assegnano al lavoro è indubitabilmente superiore a quella di altre società avanzate. Il lavoro è importante per chi ha facilità a reperirlo, per chi è in grado di responsabilizzarsi seguendo un itinerario di opportunità offerte dal contesto in cui vive. La logica del distretto ha saputo interpretare i l valore-lavoro in chiave di flessibilità contrattata, di partecipazione e coinvolgimento nel processo di produzione. Non si può ingenuamente pensare all’assenza di contraddizioni, a un collettivismo di massa come base per lo sviluppo delle piccole e medie imprese, all’assenza di disparità e sfruttamento, né tanto meno trasferire l’organizzazione e i rapporti che si creano alla piccola dimensione, in modello generalizzabile per l’intera economia.

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