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Economia Torino

Le indagini dirette sono immediatamente calibrate sull’obiettivo e quindi rispondono meglio di altri metodi alle esigenze della ricerca. Esse permettono infatti di cogliere aspetti del fenomeno indagato che sfuggono a livello aggregato. In genere si tratta di indagini condotte a livello locale su gruppi particolari e circoscritti della popolazione, normalmente quelli ritenuti a maggior rischio di lavoro nero. Tenuto conto dei costi nell’impianto e nella realizzazione della rilevazione tali ricerche rischiano di essere episodiche e non consentano di delineare tendenze nel corso del tempo. In generale si tratta di indagini condotte essenzialmente dal punto di vista dell’offerta di lavoro: hanno interesse a capire chi sono i lavoratori irregolari, più che quanti sono. Nonostante quindi i risultati raggiunti siano difficilmente generalizzabili, si tratta comunque di indagini di grande interesse conoscitivo, indispensabili nella misura in cui vanno, almeno parzialmente, a colmare quelle lacune presenti nei metodi di stima indiretti che perdono completamente di vista le caratteristiche di coloro che sono coinvolti in forme di lavoro sommerso. In Italia, nel corso degli ultimi trent’anni, sono stati svolti numerosi di questi approfondimenti soprattutto su alcuni segmenti della popolazione.

In un primo tempo oggetto privilegiato d’indagine sono state prevalentemente le donne lavoranti a domicilio mentre oggi l’attenzione è più spostata verso l’universo giovanile, ma anche verso componenti più specifiche e maggiormente a rischio di lavoro nero come disoccupati, cassa-integrati e pensionati. Tali ricerche si sono tuttavia scontrate con difficoltà rilevanti nella misura in cui, le persone coinvolte in questo tipo di attività non ne parlano volentieri. Il principale limite di queste indagini consiste nel fatto che è spesso difficile ottenere direttamente informazioni affidabili e veritiere da parte di chi svolge attività che ha interesse a occultare, che è poi l’aspetto che si vuole rilevare. Va tuttavia notato come solo apparentemente questo tipo di problema non si ponga per le statistiche ufficiali che si basano in molti casi sulle risposte fornite dai soggetti ai rilevatori dell’ISTAT Un tipo di approccio che, sempre sul piano delle rilevazioni dirette è ritenuto, almeno in parte, i n grado di ovviare alla reticenza a dichiararsi da parte dei lavoratori irregolari consiste nell’adottare il metodo delle persone informate introdotto da Bergonzini all’inizio degli anni Settanta per studiare i l lavoro femminile in Emilia Romagna e attualmente riproposto con forza da Meldolesi (Meldolesi 1998). Tale metodo consiste nel ricorrere alle informazioni sul fenomeno oggetto dello studio provenienti da persone che non ne sono direttamente coinvolte, ma che, per motivi diversi si presume ne abbiano una buona conoscenza. Secondo alcuni autori, nel caso dell’economia sommersa, questa metodologia permetterebbe, rivolgendosi a terzi, d i ovviare al grave inconveniente della scarsa affidabilità delle notizie ricavabili dai diretti interessati al fenomeno. Esistono tuttavia limiti evidenti a tale metodo: in primo luogo esso si basa sull’assunto,tutt’altro che dimostrabile, che le persone considerate informate lo siano veramente e, soprattutto, che esista presso di loro una maggiore libertà e obiettività rispetto ai diretti interessati (dubbi di carattere etico). Se, inoltre, questo tipo di metodologie possono raggiungere un qualche obiettivo conoscitivo di carattere qualitativo, e soprattutto possono rappresentare utili integrazioni a indagini condotte con altri strumenti (sia diretti sia indiretti), maggiori dubbi esistono sul fatto che questo tipo di procedura possa consentire di arrivare a una quantificazione del fenomeno stesso.

Economia sapienza

All’interno dell’economia sommersa possono, a loro volta, essere individuati due ulteriori componenti, il sommerso d’azienda e il sommerso di lavoro. Siamo in presenza di sommerso d’azienda quando restano sconosciuti sia l’azienda sia i l lavoratore. Tale tipologia di sommersoappare spesso in connessione con situazioni in cui il lavoro nero diviene elemento strutturale del sistema produttivo in aree territorialmente definite e con il coinvolgimento della maggior parte dei lavoratori e dei produttori. JiLha, invece, sommerso di lavoro laddove le aziende regolari utilizzano manodopera aggiuntiva o occultano parte dellajprestazione lavorativa dei dipendenti. In questo caso si tratta di attività di aziende emerse che si avvantaggiano dell’economia sotterranea per ridurre i l costo del lavoro e gli altri oneri imposti dalla legge ottenendo immediati vantaggi concorrenziali. In linea generale la mancanza d i u n grado sufficientemente elevato di organizzazione e consapevolezza dei lavoratori o la carenza di controlli permettono al datore di lavoro di imporre la rinuncia ai diritti garantiti dalla legge. Complessivamente le attività maggiormente coinvolte sono l’agricoltura, i servizi alla persona e l’edilizia.

3. Rapporti di lavoro nero che nascono esclusivamente per ridurre i costi connessi all’attività di impresa. S i tratta della tipologia più diffusa i n Italia, all’origine della quale v i sono da un lato gli elevati oneri fiscali e contributivi e, dall’altro, l’impossibilità di realizzare una flessibilità salariale i n deroga ai minimi contrattuali. Il confronto con le esperienze di altri paesi dimostrerebbe come vi sia una diretta correlazione tra economia sommersa e gravità degli oneri economici, amministrativi e organizzativi imposti dalla legge.                                      In una direzione definitoria simile si muove Sestito quando, in un recente convegno (CNEL 2000) sostiene che i l sommerso coinvolge tanto i soggetti garantiti (doppio lavoro) quanto quelli che si trovano i n una condizione di bisogno. In particolare vengono distinte, anche i n questo caso tre tipologie di sommerso.

1. Il sommerso evasivo motivato da esigenze di evasione contributiva oppure per non rinunciare a trasferimenti previsti dal sistema di welfare.

2. Il sommerso da regolazione che serve alla regolamentazione dei mercati del lavoro (fenomeno questo i n parte ridotto grazie alla crescente introduzione d i strumenti di flessibilità) e dovuto in larga misura al mal funzionamento dei controlli messi in atto dalla pubblica amministrazione.

3. Il sommerso per motivazioni contrattuali – produttive, in questo caso è usato da imprese a basso valore aggiunto (tipicamente nel meridione) che non sono i n grado d i pagare salari medi,oppure, dal lato dell’offerta si è i n presenza di un livello d i indigenza tale da consentire l’accettazione di livelli salariali molto al di sotto della media. In campo internazionale, i l sociologo Laé distingue, a proposito delle diverse tipologie di sommerso, tre differenti stadi che corrispondono ad altrettanti contesti socioeconomici (Laé 1989). Al primo livello si sviluppano delle forme di lavoro nero disperse, parcellizzate, relativamente poco organizzate, che si incollano agli stretti bisogni degli individui: si pensi a quelle occasioni di lavoro (lavoretti), tipicamente urbane, ma anche agricole, in parte, che consentono agli individui di racimolare quello che serve loro per far fronte alle esigenze primarie, ma anche ad alcune fasce della popolazione (giovani) per far fronte a esigenze particolari; questa nebulosa di occasioni si inscrivono incontestabilmente in un quadro di precarietà e marginalità.

Economia politica

L’attenzione per le implicazioni di politica economica ci riconduce a un tema già introdotto. La teoria microeconomica è una teoria della società caratterizzata da una grande tensione normativa: essa descrive i comportamenti di soggetti che perseguono ciascuno il soddisfacimento di un proprio sistema individuale di valori perché vuole valutare normativamente i risultati sociali cui conduce la loro libera interazione. Presentazione della prima edizione italiana XXI Tre elementi radicalmente nuovi caratterizzano dunque gli sviluppi recenti della microeconomia:

(i) l’estensione sistematica del modello di comportamento razionale ai contesti di incertezza e di interazione strategica;

(ii) la consapevolezza del fatto che, in tali circostanze, l’interazione sociale non coordinata tende in generale — e non soltanto come risultato di deviazioni specifiche — a condurre a situazioni collettivamente non desiderabili (non efficienti nel senso di Pareto);

(iii) la necessità di arricchire l’analisi dei meccanismi di coordinamento sociale guardando alla molteplicità delle forme istituzionali che — al di là del mercato — i soggetti tendono a porre in essere al fine di ovviare ai risultati inefficienti, di cui al punto precedente; e soprattutto la necessità di spiegare endogenamente l’emergere di tali forme istituzionali come risultato della stessa interazione dei soggetti.                        Vi sono ancora due aspetti della ricerca corrente di microeconomia che meritano di essere rilevati:

a) il primo è l’ambizione dell’economia di estendere i l proprio dominio alla spiegazione di un vasto intreccio di fatti sociali, la cui esistenza è incompatibile con le condizioni ideali di mercati perfettamente concorrenziali e che, tradizionalmente, tendevano a ricevere spiegazione esogena rispetto alla costruzione teorica dell’economista. Quest’aspetto viene spesso definito, con un termine che può suonare poco lusinghiero, come “imperialismo economico”;

b) il secondo, in ampia parte connesso con il precedente, è la caratteristica, non di rottura, ma di continuità nel metodo di analisi, tra la microeconomia classica e la ricerca più recente. Così, da un lato, il modello dell’equilibrio generale di perfetta concorrenza mantiene inalterata la sua carica di “riferimento” ideale; mentre, d’altro lato, l’interazione sociale in contesti nei quali l’individualità dei soggetti “conta” viene descritta, nella ricerca contemporanea, rimanendo rigidamente entro il solco della teoria del comportamento razionale, e quindi nell’ambito del più rigoroso individualismo metodologico. La ricerca di microeconomia degli ultimi due decenni ha già da tempo cominciato a offrire frutti che appaiono ormai sufficientemente sedimentati. Una molteplicità di risultati generali sono disponibili, e oggi uno dei problemi più importanti è quello della loro trasmissione didatticamente efficace nei corsi universitari istituzionali. Dato l’elevato grado di astrattezza che ha caratterizzato la ricerca teorica che, sia pure in modo evocativo, si è cercato di illustrare nelle pagine precedenti, questa esigenza didattica non può essere soddisfatta in altro modo che attraverso un ripensamento generale dei testi; non sono ormai più sufficienti i paragrafi, o i capitoli, di “aggiornamento” dell’ultima edizione di testi pensati originariamente nella loro integrità come esposizione del modello “classico”. È da notare tuttavia come, in questi ultimi due, venga rivolta una attenzione di gran lunga maggiore del consueto agli aspetti connessi con l’abbandono dell’ipotesi di anonimità dei soggetti, e della loro sostituzione a costo nullo nei rapporti sociali: così, il capitolo sul monopolio si diffonde ampiamente sulle condizioni che rendono possibile la discriminazione del prezzo.

Economia (2°parte)

L’arricchimento della teoria del comportamento razionale (con i contributi della teoria dell’utilità attesa e della teoria dei giochi) non ha avuto soltanto il merito di offrire uno strumento più adeguato per lo studio di contesti specifici per i quali il bagaglio strumentale tradizionale si rivelava inconsistente — come, per esempio, nello studio dell’oligopolio — ma ha inciso in modo più “fondativo”, modificando in maniera sostanziale la visione della società che fa da sfondo al modello dell’economista. In un modo forse un po’ drastico la questione può essere posta nei termini seguenti. La visione della società che sta alla base del modello della microeconomia “classica” — cioè i l modello di equilibrio generale in perfetta concorrenza — è quella di una collezione, molto grande, di soggetti la cui individualità è di fatto irrilevante rispetto ai risultati del loro interagire sociale. In tale visione si suppone che l’informazione rilevante per le azioni che ciascun soggetto deve compiere sia uniformemente distribuita nella società, e che ogni agente sia guidato dalla consapevolezza del fatto che modifiche nelle sue scelte possono alterare i l suo personale benessere, ma lasciano inalterato i l benessere di ogni altro soggetto che compone la società.

Ciò non esclude, ovviamente, la possibilità che un soggetto possa avere una specificità (o, in particolare, un vantaggio) rispetto agli altri soggetti sociali. Tale potrebbe essere, per esempio, un vantaggio di natura informativa (come quando un soggetto conosce una tecnica produttiva ignota agli altri componenti la società), oppure ancora il controllo su qualche risorsa scarsa. L’elemento cruciale nel modello di perfetta concorrenza è tuttavia che, nella prospettiva dell’intera società, l’esistenza o meno di un vantaggio simile è irrilevante, giacché i l soggetto è sempre posto in grado di appropriarsi Presentazione della prima edizione italiana XXi interamente costruito intorno al perno centrale rappresentato dalla teoria del comportamento razionale nelle sue estensioni correnti. Così, mentre gli studi economici oggi (“Pensare da economisti”) introducono bene la questione, due gruppi di capitoli sviluppano il tema in modo sistematico esponendo la teoria tradizionale della scelta razionale in contesto paramedico (la teoria del consumatore) e introducendo e sviluppando i temi relativi alla scelta intertemporale, alla scelta in condizioni di incertezza, alla scelta strategica (evidenziando con cura la possibilità di risultati ineflicicnti associati ai modelli statici di razionalità strategica), all’emergere di valori di altruismo e di solidarietà nell’ambito di un approccio razionale, ai problemi che scaturiscono quando si voglia fare realmente i conti con capacità cognitive (e razionalità) limitate. Questa trattazione offre un solido riferimento allo sviluppo successivo degli argomenti del testo, che può entrare in modo “naturale” nei temi più recenti della microeconomia che fanno esplicitamente i conti con i problemi di scelta strategica in contesto di informazione incompleta: coordinamento su comportamenti cooperativi, contratti, costi di transazione, esternatila, beni pubblici, decisioni collettive. Questo materiale viene affrontato sistematicamente Oligopolio, Lavoro, Informazione, Capitale, Esternalità e diritti di proprietà, Scelte collettive. I temi più importanti entrano , nell’alveo più tradizionale dei testi di microeconomia, e convenzionale è infatti il modo con cui gli argomenti sono introdotti: la teoria standard della produzione e dei costi, l’equilibrio generale di perfetta concorrenza, il monopolio e la concorrenza monopolistica.

Economia

(dal greco oikia e nómos = legge della casa): ordine o sistematica amministrazione di un bene qualsiasi, casa, città, Stato. (filos.): in tal senso usato per la prima volta da ARISTOTELE. Nel Medioevo designa l’ordine provvidenziale con cui Dio regge l’universo e spesso si identifica col principio di conseguire il «massimo risultato col minimo dispendio di forze e di mezzi».

— (logica): in base a ciò, più volte si è assegnata alla conoscenza concettuale una funzione economica, come semplificatrice dei molteplici dati sensoriali. G . DI OCKHAM (1280-1349) se ne valse per proporre l’eliminazione dei molti enti ammessi dalla Scolastica tradizionale (p.e. le specie).

— (epistemologia): in età contemporanea, l’Empiriocriticismo (E. MACH, 1838- 1916), considera le leggi e i principi delle varie scienze compendi economici di uso pratico, formule abbreviate che servono a esprimere in modo sintetico e ordinato i contenuti dell’esperienza; non sono quindi copie di una realtà effettivamente data, ma strumenti di cui il pensiero si serve per classificare i dati empirici.

— nella filosofia crociana economia è la categoria dello spirito pratico che si manifesta come «volizione dell’individuale», ossia come ricerca dell’utile (l’altra forma dello spirito pratico, quella rivolta alla «volizione dell’universale», ossia alla ricerca del Bene comune, è la morale).

Economia politica: scienza che studia i rapporti reciproci fra i membri di una data società e fra le diverse classi sociali, in tutte le fasi dell’amministrazione dei beni : dalla produzione, alla distribuzione, al consumo. Si fonda sul presupposto dell’esistenza di un ordine naturale che agisce auto 78 maticamente purché garantito dal comportamento razionale degli uomini, che non devono turbarne il principio di equilibrio, nel quale ognuno può trovare il soddisfacimento dei propri bisogni elementari e la massima utilità individuale, compatibilmente con quella altrui. Questa tesi è alla base della concezione fisiocratica (cfr. fisiocrazia), cioè riferita ad una società fondata sulla proprietà terriera, e del liberalismo economico (cfr.) della prima società industrializzata; entrambe sono afferratrici della libertà d’iniziativa dei singoli, sia nella produzione come, e soprattutto, negli scambi (cfr. liberoscambismo) ; vi si contrappone il mercantilismo (cfr.) che presume un intervento regolatore degli scambi da parte dello Stato.

— a queste tesi individualiste, espressione collettiviste: socialista e comunista (cfr. socialismo

e comunismo) per le quali le direttive dell’economia politica vengono fissate dal potere che rappresenta la collettività. La concezione marxista identifica l’economia politica con la stessa dialettica storica; ossia appunto la scienza che studia i nessi dialettici (lotta di classe; contrasti tra livello di sviluppo delle forze produttive e dei rapporti di produzione) di cui si sostanzia lo sviluppo della storia. Gli ultimi due decenni sono stati anni di cambiamenti importanti e rapidi per la microeconomia. In termini generali, la novità decisiva è l’estensione dell’analisi del comportamento razionale dell’attore sociale dal paradigma tradizionale della scelta paramedica in condizioni di certezza (che sorregge l’edificio dell’equilibrio economico generale di perfetta concorrenza) ai contesti di scelta in condizioni di incertezza e di interazione strategica. In un momento in cui le economie principali sono attanagliate dalla crisi economica finanziaria che instauratasi negli ultimi, risulta ancora più complesso comprendere le dinamiche che caratterizzano i principali mercati su cui dovranno confrontarsi gli operatori economici.

Economia Italia 2011

Secondo le stime del centro studi di Confindustria “L’economia italiana è fuori dalla recessione” che oggi annuncia una ripresa “più solida rispetto alle stime rilasciate a dicembre”. Sebbene un effetto restrittivo della manovra economica 2011-2012, che il centro stima in un “-0,4% l’anno”, gli studiosi di economia politica di via dell’Astronomia hanno riletto al rincaro le stime sulla crescita al +1,6% del Pil per il 2011 (dal +1,3%). +1,2% nel 2010 (da +1,1%).

La disoccupazione è al contrario attesa in accrescimento, dopo 528mila i posti di lavoro oramai perduti a fine 2009 in 2 anni di crisi. Centro Studi di Confindustria ha valutato l’evasione nei confronti del fisco in Italia in 124,5 miliardi nel 2009, uguale all’8,2% del Pil. Mentre la pressione fiscale esistente che incombe sui contribuenti che corrispondo interamente il pagamento delle imposte e contributi è al 51,4% del reddito italiano, contro il 43,2% ufficiale” che assorbe anche il sommerso e indica pertanto un influsso solo fittizio.

A parità di gettito, rimuovendo l’evasione fiscale, le aliquote fiscali e contributive potrebbero subire una riduzione del 16%». Secondo il centro studi di Confindustria, diretto da Luca Paolazzi, il solo gettito Iva evaso nel 2009 è di 35,5 miliardi (2,3% pil), e quello Irpef di 31,5 miliardi. Un fatto di tali grandezze che nell’eurozona ha uguali solo in Grecia e pesa come un enorme sasso sulla crescita perché, a parità di obiettivi di incasso, fissa aliquote molto più elevate, mettono in risalto gli economisti di via dell’Astronomia.

Indicando che se fosse eliminata l’evasione potrebbero diminuire tasse e contributi, rendendo migliore chiaramente la competitività delle aziende e il reddito delle famiglie. Un obiettivo da porsi, rileva Confindustria, pure perché le aliquote italiane sono molto più alte nel raffronto internazionale, e la loro diminuzione finanziata dalla piena ripresa dell’evasione ricostituirebbe gli incentivi corretti e rappresenterebbe un’opportunità unica nell’eurozona per mettere nuovamente il Paese sul sentiero di uno sviluppo sostenuto possibile.

Che cosa sono gli Etf?

In questi ultimi tempi si parla spesso della nuova frontiera del mercato azionario per i risparmiatori: gli etf. Cosa si nasconde dietro questa sigla? Che utilità hanno? Quali vantaggi e quali svantaggi rispetto le tradizionali azioni di tutta la vita? Gli Exchange Traded Funds (Ecco cosa si cela dietro quella sigla: Fondi Indicizzati Quotati) sono una tipologia particolare di fondi le cui quote sono negoziate in tempo reale in borsa. Si tratta, insomma di una via di mezzo tra i fondi d’investimento e dei titoli azionari, e se si è arguti, si può riuscire a ricavare da essi i principali vantaggi di entrambe le tipologie borsistiche.

Etf from UMA. Disegno: www.eqiscapital.com

Etf from UMA. Disegno: www.eqiscapital.com

Va da se che se non si è preparati si può anche incorrere in una situazione in cui a prevalere sono gli svantaggi tipici di azione e di fondo d’investimento, dunque il consiglio è sempre lo stesso: non decidete esclusivamente in base al vostro istinto o al vostro non meglio specificato “senso per gli affari” ma studiare bene la situazione e le condizioni di mercato e, se possibile, rivolgetevi a un consulente specializzato di vostra fiducia per aiutarvi e seguirvi durante la scelta e la gestione dell’investimento.

Vediamo in dettaglio i vantaggi di questa forma ibrida di prodotto borsistico: gli Etf ottengono dalla loro tipologia simil-fondiaria la capacità di diversificazione del portafoglio tipica dei fondi d’investimento, elemento che riduce automaticamente i costi di investimenti sbagliati o rischiosi. Dal mercato di tipo azionario, invece, il Etf ricava la possibilità di conoscere ad ogni istante ed immediatamente il valore di mercato di ogni prodotto. Insomma, buoni investimenti e un augurio di splendide rendite a tutti i lettori.

Pil Italia

PIL Italiano, dove sei? Dov’è finita la dinamicità del sistema economico italiano, che per oltre mezzo secolo, dalla fine del secondo conflitto mondiale fino all’inizio degli anni Duemila ha realizzato una serie di crescita economica eccellente, con un 3% di crescita economica media? Dov’è la capacità imprenditoriale in grado di rispondere con una elasticità ed agilità un tempo senza pari alle problematiche nazionali ed internazionali? PIL Italia, rispondi!

L’Italia, si sa, è sempre stata ben più avanti, e spesso ben più lungimirante della sua classe politica. Ma il risultato del 2009, con un -5,1% di PIL Italia, ci riporta indietro ad un livello di reddito pari a quello che avevamo qualche decennio fa. Sicuramente il 2010 si presenta con delle prospettive ben più rosee, alcuni osano addirittura indicare un ottimistico (e forse irreale) obiettivo per quest’anno di un +1%. Ma il punto è: qualcosa si è rotto nella classe imprenditoriale italiana? Riusciremo a tenere botta, anche all’interno dell’Unione Europea, a giganti economici come Cina, Brasile, Russia e India (i cosiddetti BRICs)? La risposta ancora non è data a sapere, possiamo essere perlomeno grati all’euro e ad un certo rigore nei conti pubblici che dalla metà degli anni Novanta ci ha permesso di risalire una pericolosa china di indebitamento (anche a suon di salatissime e criticatissime tasse) che altrimenti ci avrebbe portato senza dubbio ad una situazione al limite di quello che abbiamo visto nei casi di Islanda (bancarotta dello stato), Irlanda, Grecia o Spagna.

Insomma, è mancato e manca ormai da 15 anni il contributo della politica, che da istituzione dedita al problem solving si è trasformata nel nostro paese in una istituzione dedita espressamente ed esclusivamente al problem making. Non è di questo che abbiamo bisogno, oggi.

Forex tradind e cambio valute

Le riserve di valuta estera (chiamate anche riserve Forex o riserve FX dall’inglese Foreign Exchange Reserves) in senso stretto sono solo i depositi in valuta estera e titoli detenuti dalle banche centrali e autorità monetarie. Tuttavia, il termine in uso popolare include comunemente la valuta estera e la propria che ha in deposito la banca centrale; le materie prime come l’oro di cui dispone la banca centrale; le valute in circolazione o quelle che rimangono come fondo in altre banche centrali. Questa immagine del Forex è quella che comunemente viene usata da tutti gli operatori anche se sarebbe più esatto definirla come “riserve ufficiali internazionali” o “riserve internazionali”. Questi sono principalmente gli attivi di una banca centrale che detiene valore sotto la forma di riserve di valute differenti principalmente il dollaro statunitense, e in misura minore, l’euro, la sterlina inglese e lo yen giapponese. Le riserve vengo usate per coprire il passivo della e controllare il flusso dei tassi in nel caso di una economia chiusa o a influenzarlo nel caso di una aperta.

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La crisi

La crisi è stata parola dell’anno 2009 votata unanimemente per essere l’onnipresente diagnosi di ogni male: “la crisi”. E’ stato licenziato un genitore di un amico? “la crisi!”, non si trova lavoro dopo una laurea terminata perfettamente in corso con il massimo dei voti in ingegneria elettronica? “ah la crisi!”, ma anche argomenti più gratuiti, come: “il tasso di criminalità è in crescita!” “certo, con la crisi!”, oppure “non studierò all’università, tanto con la crisi non avrò lavoro” o simili profondissime riflessioni.

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La crisi finanziaria

Insomma, si può pacificamente affermare che a fianco al drammatico scenario di persone che hanno perso il lavoro dopo una vita di sacrifici e risparmi, spesso indebitandosi, per colpa di un manipolo di speculatori e squali di borsa, esiste anche un fenomeno di auto-indulgenza per cui tutto è permesso, tutto è lecito, tutto è accettabile perché siamo in crisi.

Una soluzione spesso di comodo, e penso in questo caso ai politici (che mi piace vedere come dei dipendenti statali, dei semplici funzionari ed impiegati, seppure ultrapagati da noi contribuenti) che senza ritegno affermano che è normale vedere sprofondare l’economia di un paese in una nera recessione senza fare sostanzialmente alcunché per il semplice motivo che “c’è crisi. E anzi, spesso nel resto d’Europa stanno peggio di noi.” Come se il pensiero che al di fuori dei nostri confini la gente stia ancora peggio di noi al posto che farci infuriare ancora di più dovesse in qualche modo tranquillizzarci, e riflettere su quanto si è fortunati a perdere tutto in un paese che comunque “sta meglio degli altri”. Ennesimo esempio di bieco e cinico egoismo. Insomma, se la parola del 2009 è stata senza dubbio “crisi”, in questo 2010 vorrei che la parola più usata fosse “ripresa”, o meglio ancora “ottimismo”.

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