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PMI Europa

La lotta all’economia sommersa si rivela condizione essenziale per raggiungere gli obiettivi occupazionali fissati in occasione del vertice di Lisbona (70% di occupati sull’intera popolazione attiva), e confermati nel vertice di Stoccolma (2001). Lungo questa direzione si pone la Risoluzione sulla trasformazione del lavoro non dichiarato in occupazione regolare, approvata lo scorso 20 ottobre dal Consiglio europeo dei Ministri degli Affari Sociali dei paesi membri (2003/C 260/01), che sancisce l’impegno comune ad intensificare la lotta al lavoro sommerso adottando il sistema del «coordinamento aperto», pur salvaguardando la competenza dei Governi nazionali.

Secondo quanto concordato, i paesi membri sono invitati:

– a cooperare per analizzare le caratteristiche comuni del lavoro non dichiarato in tutti gli Stati membri, onde poterlo meglio affrontare grazie ad un approccio comune nel quadro della strategia europea per l’occupazione;

– a sviluppare un approccio globale basato su azioni preventive e sanzioni;

– a creare un ambito giuridico e amministrativo favorevole alla dichiarazione dell’attività economica e dell’occupazione, tramite la semplificazione delle procedure e la riduzione dei costi e dei vincoli che limitano la creazione e lo sviluppo delle imprese, in particolare le piccole imprese e quelle in fast1 di avviamento;

— a rafforzare gli incentivi e rimuovere i disincentivi per fare uscire dui

sommerso la domanda e l’offerta;

— a rafforzare la vigilanza, anche con il sostegno delle parti sociali, e M

applicare adeguate sanzioni;

— a rafforzare la cooperazione transnazionale tra gli organi competi 111 nei vari Stati membri per rendere più efficace la lotta contro la frode danni della previdenza sociale e il lavoro sommerso; ad aumentare li consapevolezza sociale della gravità del fenomeno.

Con riferimento a quest’ultimo punto, la Risoluzione invita le Parti ad affrontare, a livello europeo, la questione del lavoro non dichiarali >, nel contesto del programma di lavoro pluriennale concordato congiuntamente e, a livello nazionale, a promuovere iniziative di sensibilizzazione rattivare, secondo le tradizioni di ciascun paese, una contrattazioni con modalità che contribuiscano, tra l’altro, a semplificare l’ambiente economico, in particolare per quel che riguarda le PMI.

Come già accennato in premessa, il CNEL, in considerazione del lavoro svolto negli ultimi anni, e della continua evoluzione della normativi!, Ritenuto opportuno monitorare i risultati della legge 383/2001 e delle successive integrazioni, e ciò al fine di offrire un contributo alle scelte che il Legislatore vorrà operare in materia.

Terminata, dunque, l’esperienza della legge 383/2001, è importanti avviso del CNLL , fare un bilancio dell’attività svolta; e ciò, da un lati 1, lui scopo di individuare i nodi critici, dall’altro, di focalizzare l’attenzione III] l’esistenza di buone prassi che possano essere d’ausilio alla predispo 1 lfl ne di nuove politiche per l’emersione, e a realizzare, al contempo, un migliore equilibrio tra le sue diverse «anime»: quella educativa, quella indilli! va e quella repressiva. Soprattutto sullo sviluppo locale; su una tastiera di strumenti, dunque, che puntino a potenziare il sistema infrastnitturale del paese, a promuovere dinamiche di sviluppo «dal basso», a migliorare la qualità dei sistemi produttivi, ad innovare il sistema fiscale e a rendere più funzionale la PA. Appare dunque necessario, ad avviso del CNEL, ragionare su un percorso a 360 gradi, che prenda le mosse dall’attivazione di alcuni «fattori chiave». Piena affermazione di una cultura della legalità.

PMI Store

Sulla scia del Documento di Osservazioni e Proposte sull’Economia Sommersa (ottobre 2001), e delle intenzioni manifestate in occasione del Convegno «Misure legislative c Politiche di sviluppo nella lotta all’economia sommersa» (21 maggio 2002), il C N E L ha ritenuto opportuno proseguire l’approfondimento delle tematiche connesse a tale fenomenoe, con il documento di Osservazioni e Proposte in oggetto, analizzare i più recenti sviluppi della normativa in materia. Il presente Documento rappresenta il punto di arrivo dell’attività svolta dal Gruppo di Lavoro sull’Economia Sommersa che, grazie ad un ciclo di audizioni a Parti Sociali ed Istituzioni di 4 province campione, organizzato nello scorso mese di luglio, ha focalizzato l’attenzione sui risultati delle iniziative per l’emersione disciplinate dagli articoli 1-3 della legge 18 ottobre 2001, n. 383 («Primi interventi per il rilancio dell’economia»), evidenziandone nodi critici ed esperienze positive.

Il tema del lavoro irregolare e dell’economia informale è ormai da qualche anno oggetto di particolare attenzione da parte di decisori politici, organismi tecnici e studiosi. Ancora troppo alta è infatti l’incidenza del fenomeno sul PIL, come conferma uno studio pubblicato dal Fondo Monetario Internazionale secondo cui la media dei paesi OCSE, nel periodo 1998-2000, si attesta al 14-16%.

L’esigenza di trovare una soluzione al problema è oggi avvertita, anche dall’opinione pubblica, come una questione di fondamentale importanza, dato che una drastica riduzione dell’entità del fenomeno darebbe un contributo per riportare a livello europeo la competitività del nostro paese.

Negli ultimi anni si sono succeduti alla guida del paese da un lato, e l’Unione Europea dall’altro, si sono impegnali a pollare avanti una politica per l’emersione volta ad individuare e favoriscono il proliferare delle attività sommerse e a combattere la preoccupante diffusione del fenomeno. Gli sforzi, che hanno visto partecipi, nell’ultimo decennio, sia le Forze Sociali che lo Stato nelle sue diverse articolazioni, hanno sicuramente contribuito ad una migliore conoscenza e capacità di lettura del fenomeno, e hanno consentito di fare un passo avanti, seppur non ancora sufficiente, rispetto agli inizi degli anni ’90. E del 1998 la Comunicazione della Commissione europea sul lavoro sommerso (COM 1998/ 219), che individua in una strategia mirata globale lo strumento essenziale per combattere il lavoro non dichiarato, invitando gli Stati membri a considerare la lotta al sommerso come parte della strategia generale per l’occupazione e la sicurezza. Solo un anno dopo, in occasione del Consiglio europeo del 22 aprile 1999, gli Stati membri adottano la Risoluzione 1999/C 125/01, relativa ad un codice di condotta per una più efficace cooperazione tra le Amministrazioni pubbliche degli Stati membri nella lotta contro l’abuso di prestazioni e contributi sociali a livello transnazionale e il lavoro sommerso.

La piena affermazione di tali principi si ha nel 2000: da quel momento, infatti, la lotta all’economia sommersa si rivela condizione essenziale per raggiungere gli obiettivi occupazionali fissati in occasione del vertice di Lisbona (70% di occupati sull’intera popolazione attiva), e confermati nel vertice di Stoccolma (2001). Lungo questa direzione si pone la Risoluzione sulla trasformazione del lavoro non dichiarato in occupazione regolare, approvata lo scorso 20 ottobre dal Consiglio europeo dei Ministri degli Affari Sociali dei paesi membri (2003/C 260/01), che sancisce l’impegno comune ad intensificare la lotta al lavoro sommerso adottando il sistema del «coordinamento aperto», pur salvaguardando la competenza dei Governi nazionali.

PMI Milano

“Per uscire dalla crisi è necessario continuare ad investire“: è quello che si continua a ripetere da quando si è intrapreso a parlare di ripresa. In quest’ ottica, la CCIAA di Milano ha confermato per il 2010 il bando di finanziamento per l’assegnazione di contributi in conto interessi a favore delle imprese della provincia che pongano in essere piani di investimento. Il plafond totale è di 800mila euro, di cui 600mila stabiliti dalla Camera di Commercio e 200mila dal Comune di Milano.

Possono inoltrare domanda di finanziamento direttamente online – entro il 31 marzo 2011, le micro, piccole e medie imprese con sede legale nella provincia e che sono iscritte regolarmente al Registro Imprese di Milano, o che abbiano un’unità operativa iscritta al REA della Camera di Commercio di Milano.Gli investimenti accettabili (regolamento) sono relativi ad acquisto e rinnovo di immobili, macchinari e strumenti, e ad acquisto di imprese, marchi e brevetti.

Alle nuove aziende è concessa l’agevolazione pure riguardo alle spese realizzate nei sei mesi precedenti la data di erogazione del finanziamento. Agevolazione che va da un ammontare minimo di 10mila euro a un massimo di 300mila euro, sotto forma di contribuzione in abbattimento tassi sull’importo dell’investimento ritenuto agevolabile di 2,00 punti (2,50 per le nuove imprese) per costi sino a 100 mila euro, 1,50 punti (2,00 per le nuove) per costi fra i 100 e i 200 mila euro e di 1,00 punti (1,50 per le nuove) per le spese tra i 200 e i 300 mila euro. Il bando rientra nel contesto delle proposte che la CCIAA di Milano ha messo in atto a supporto dell’accesso al credito delle PMI milanesi per il 2010, che prevedono uno finanziamento totale di 2 milioni di euro e sono dedicate oltre che ai piani di investimenti produttivi altresì ad operazioni di patrimonializzazione aziendale, ai programmi di aggiornamento della struttura finanziaria e all’esame dei flussi finanziari dell’impresa e audit dei crediti.

Fondo formazione PMI

Il Fondo Formazione per le Piccole Medie Imprese (PMI) italiane, è stato istituito al fine di incoraggiare il progresso della Formazione Continua nelle PMI in un’ottica di competitività delle aziende e di garanzia di occupazione per i lavoratori.

Al Fondo afferiscono le risorse scaturenti dal gettito dell’apporto dello 0,30 % sul salario dei lavoratori che le Imprese corrispondono all’INPS secondo quanto fissato dall’art. 25, quarto comma, della legge 21 dicembre 1978, n. 845, e seguenti modificazioni.

Il modello generale di funzionamento del Fondo è stato definito nelle sue linee basilari nello Statuto. Uno degli aspetti più importanti concerne la relazione fra la struttura nazionale del Fondo e le sue articolazioni regionali. Il Fondo è, infatti, fondato su uno schema organizzativo decentrato a livello regionale che agevola la definizione della politica e dell’azione di Formazione Continua in una relazione più stretta con le aziende e, di conseguenza, più corrispondenti ai bisogni specifici delle realtà lavorative, aziendali e produttive.

Le associazioni sindacali facenti parte del Fondo hanno mostrato l’intenzione di voler aumentare le politiche formative attraverso il processo della negoziazione e al fine di finanziare progetti formativi aziendali – territoriali, settoriali, regionali, interregionali e nazionali – in stretto collegamento con la pianificazione regionale per lo sviluppo locale.
Inoltre, esse è anche in correlazione con la politica dell’Unione Europea e nazionale diretta verso lo sviluppo della formazione professionale e della formazione permanente.

Chiaramente le parti sociali possano avere un compito importante nell’ambito della formazione persistente tenendo conto della specificità e dell’importanza delle PMI nel sistema produttivo italiano.

Infine, non bisogna porre in un secondo piano l’ esigenza di perfezionare i lavoratori nel corso della vita e della rilevanza del loro innovazione in rapporto all’inserimento di nuove tecniche e di nuovi strumenti al miglioramento della produzione e della redditività delle Piccole e Medie Imprese.

PMI Europa

Le piccole e medie imprese (PMI) rappresentano un rilevante elemento di crescita e di creazione di posti di lavoro nell’Unione europea (UE). Per questa ragione, la nuova politica per le PMI offre un quadro più incessante, concreto e orizzontale in favore di tali imprese. Lo sviluppo dell’imprenditorialità e la realizzazione di un contesto favorevole alle PMI permetterà in particolare a renderle più competitive.

Le PMI presentano una grande differenza e, dunque, esigenze differenti. Alcune sono in fase d’inizio «start-ups», altre attraversano un incremento rapido «gazzelle». Talune operano su mercati ampi, altre su mercati locali o regionali. Anche se per definizione tutte hanno meno di 250 dipendenti, alcune sono in verità microimprese, altre PMI familiari.

Al fine di far affiorare tutto il potenziale di crescita di tutte le PMI, le politiche e le azioni in loro favore devono tener conto di tale diversità. Azioni specifiche sono proposte in cinque settori chiave. Promuovere l’imprenditorialità e le competenze. Il progresso dell’imprenditorialità, la riduzione del rischio collegato alla creazione e alla gestione dell’impresa, l’annullamento degli effetti negativi legati al fallimento, e un supporto per realizzare con successo trasmissioni d’imprese, sono tutti principi che intervengono in favore di un migliore esaurimento del potenziale imprenditoriale europeo.

Un’attenzione particolare sarà riservata tuttavia allo sviluppo delle competenze imprenditoriali, alla riduzione delle mancanze di competenze e al sostegno di certe classi di imprenditori (donne, giovani, anziani o appartenenti a minoranze etniche).

Migliorare l’accesso delle PMI ai mercati. Un più agevole ingresso alle offerte di appalti pubblici, una maggiore partecipazione al processo di definizione delle normative, una migliore sensibilizzazione nei confronti dei diritti attinenti alla proprietà intellettuale, un appoggio alla collaborazione fra imprese, particolarmente nelle regioni frontaliere, soccorrerà le PMI ad approfittare del tutto delle opportunità offerte dal mercato interno. L’ingresso delle PMI ai mercati internazionali verrà del pari facilitato.

Fondo PMI

Il Fondo Formazione PMI, è stato fondato dalla legge 388/2000, al fine di dare impulso all’espansione della Formazione Continua PMI in un’ottica di competitività delle aziende e di garanzia del tasso di occupazione per i lavoratori. Il FAPI – Fondo Formazione PMI è un’associazione istituita da Confapi, CGIL, CISL, e UIL per incoraggiare le attività di Formazione Continua dei dipendenti delle Piccole e Medie Imprese italiane.

Al Fondo afferiscono le risorse scaturenti dal gettito del contributo dello 0,30 % sul salario dei lavoratori che le aziende corrispondono all’Inps secondo quanto fissato dall’art. 25, quarto comma, della legge 21 dicembre 1978, n. 845, e seguenti variazioni. L’esempio comune di funzionamento del Fondo è stato definito nelle sue linee basilari nello Statuto. Uno degli aspetti più importanti concerne il rapporto fra la struttura nazionale del Fondo e i suoi collegamenti regionali.

Il Fondo è, difatti, fondato su un esempio organizzativo dislocato a livello regionale che semplificherà la definizione della politica e dell’ azione di Formazione Continua in un relazione più stretta con le aziende e, pertanto, più corrispondente ai bisogni specifici delle realtà attive, come quelle aziendali e produttive. I sindacati facenti parte del Fondo hanno manifestato l’intenzione di voler incrementare le politiche formative mediante il procedimento della negoziazione e con lo scopo di finanziare piani formativi aziendali – territoriali, settoriali, regionali, interregionali e nazionali – in connessione con la pianificazione regionale e:

1.In corrispondenza con la politica dell’Unione Europea e nazionale indirizzata verso lo sviluppo della formazione professionale e della formazione incessante;
2.In considerazione del fatto che le parti sociali possano avere un ruolo rilevante nell’ambito della formazione persistente;
3.In considerazione della specificità e dell’importanza delle PMI nel sistema produttivo italiano;
4.In considerazione della esigenza di perfezionare i lavoratori nel corso della vita e della rilevanza del loro rinnovamento in relazione all’inserimento di nuove tecnologie e di nuovi sistemi di produzione.

Le PMI: Definizione PMI

A partire da gennaio 2005 è in vigore la nuova definizione delle Piccole e Medi Imprese italiane o PMI. La definizione è stata deliberata, a livello comunitario, nella raccomandazione pubblicata sulla GUCE del 30/04/1996 ed è stata aggiornata al 1° Gennaio del 2005 in cui sono entrati in vigore i recenti parametri.

La direttiva comunitaria e, di riflesso pure la normativa italiana, identifica l’appartenenza alla tipologia di “piccole e medie imprese” mediante tre parametri:
1) il numero di lavoratori dipendenti;
2) il giro d’affari o il valore attivo patrimoniale;
3) il requisito dell’autonomia economica.

E’ rilevante evidenziare che per definire una soglia dimensionale, i tre requisiti vanno stabiliti in forma”cumulativa”, nel senso che almeno due devono fare parte delle soglie fissate.
In sintesi sono ritenute Grandi Imprese le imprese che abbiano come minimo 2 dei 3 requisiti:
– Numero dipendenti: più alto di 249 unità;
– Fatturato: maggiore più alto di 50 Miliardi di euro;
– Attivo patrimoniale: più alto di 43 Miliardi di euro.
Se ne sussiste solo un requisito allora rientra nella definizione europea di PMI.
Industrie manifatturiere
1) Numero di dipendenti:
“In primis” è rilevante decidere come si quantifica il numero dei dipendenti; esso fa riferimento a U.L.A. (unità lavorativa su base annua).

Sono considerati lavoratori dipendenti occupati, coloro i quali sono iscritti nel libro matricola dell’azienda con l’esclusione dei lavoratori in cassa integrazione straordinaria. I criteri di fatturato annuale e completo di bilancio possono essere alternativi fra loro nel senso che è bastante che un’azienda rispetti un solo parametro per essere introdotta in una delle due classi di piccola o media impresa.

In ogni caso prepondera sempre il parametro che permette all’impresa di essere introdotta nella categoria più bassa. I limiti di fatturato per definire l’appartenenza ad una categoria sono:
Piccole imprese con un giro d’affari annuale non superiore a 10 milioni di Euro;
Medie imprese con un giro d’affari annuale non superiore a 50 milioni di Euro;
Grandi imprese con un giro d’affari annuale superiore a 50 milioni di euro.

PMI Italia

Le piccole e medie imprese o PMI sono imprese le cui estensioni rientrano entro certi limiti di occupazione e di parametri finanziari prestabiliti. Per tale motivo, ed anche per le oggettive difficoltà di attrarre capitali, Stati e Regioni di solito pongono in essere politiche di nei confronti della PMI.

È rilevante considerare che le piccole e medie imprese si comportano tuttavia in maniera decisamente differente da quelle di dimensioni maggiori. Per esempio il profitto, importantissimo per le aziende quotate in borsa che hanno l’esigenza di dividere gli utili sotto forma di dividendi agli azionisti, diviene invece accessorio in quelle di dimensioni inferiori, per le quali target di sviluppo e di espansione godono di una certa priorità.

La ripresa economica tanto desiderata, dopo un lasso di tempo di crisi che ha messo con le spalle al muro gran parte delle economie del globo, pare muovere i suoi primi passi. In Italia, i primi movimenti che fanno ben auspicare in un futuro più vantaggioso passano principalmente per le regioni del Centro.

Secondo le prime stime riportate nella relazione sui Pil regionali, diffusa da Confcommercio, di fatto, Lazio, Toscana, Emilia Romagna, Abruzzo accrescerà la ricchezza creata, in media dell’1%.

Differente la condizione al Nord, dove, stabili, le regioni sono stabili a + 0,7%, mentre sempre lenta è, al contrario, lo sviluppo nelle regioni del sud, dove il Pil, il prodotto interno lordo, é considerato in avanzamento dello 0,5%. Nell’insieme, il Pil italiano migliorerà nel 2010 dello 0,7%, dopo l’indebolimento del 5% del 2009 e dell’1,3% del 2008. L’aumento si dovrebbe poi affermare all’1% nel 2011.

Secondo le anticipazioni, le crescite per il prossimo anno dovrebbero essere certamente più massicci: le regioni centrali dovrebbero indicare un incremento del Pil dell’1,2%, quelle del Nord-Ovest dell’1,1%, quelle del Nord-Est dello 0,8% e il Sud dello 0,85.

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